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Avedon
Nel fare un documentario basato su un’artista potrebbe avere senso cercare di utilizzare le immagini e lo stile del film per ragionare sull’operato di quell’artista. Non è un dovere, chiaro, ma se si dedica un’opera a un fotografo che ha costantemente ricercato l’elemento che rompesse la perfezione, che incrinasse la gabbia formale e comunicativa del suo lavoro, di cui una sua collaboratrice dichiara: “I difetti creano il fascino”, senza un minimo accenno a quelle incrinatura, sorge il sospetto di un certo tradimento.
In questo caso, il traditore è Ron Howard e il tradito è Richard Avedon, il grandissimo fotografo a cui il primo ha dedicato Avedon, presentato fuori concorso a Cannes 2026, un film embedded, finanziato dalla Richard Avedon Foundation, che costruisce una sorta di agiografia del newyorkese concentrandosi sul suo lavoro, sui suoi archivi e sui racconti che testimoni, colleghi e studiosi danno di ogni foto, senza tralasciare le parole in prima persona dello stesso fotografo.
Niente di grave, sia chiaro, essendo il film un progetto didattico, per raccontare a chi non lo conosce - ma che sicuramente ne conosce almeno uno scatto - il talento di una di quelle figure artistiche capitali della modernità, partito dall’immagine industriale e promozionale e capace di reinventarla, di farne un’arte in grado di spezzare i confini. Howard si concentra sul lavoro e le ambizioni artistiche di Avedon, facendo entrare dentro il serrato racconto i rapporti familiari non sempre facili con le mogli, il figlio, il padre.
E qui cominciano i dubbi sul film: perché in modo non troppo sottolineato, nondimeno evidente, Howard reitera una retorica del genio a cui si perdona tutto in nome dell’arte che francamente è anacronistica e forse anche un po’ errata. Non che Avedon si sia macchiato, di chissà quali reati, ma ogni ombra, ogni accenno a un lato non troppo luminoso della sua personalità - l’assenza come padre e marito, lo stakanovismo imposto ai suoi dipendenti, il rapporto col padre - vengono fatti rientrare subito nell’epica stantia del sacrificio come obiettivo dell’artista, dell’insegnamento del maestro ai suoi allievi (emblematica la reazione quando uno dei suoi assistenti va a lavorare per un fotografo rivale).
Tanto poi, la riconciliazione è servita, con il padre morente, con il figlio deluso, con la moglie depressa: tutti sorridente al grande trionfo di Avedon, fotografo realmente inestimabile che il film mostra con immagini patinate e la voglia di spiegare, più che mostrare o raccontare. Magari invece, ma qui restiamo nel campo delle supposizioni, lo stesso artista avrebbe voluto qualche graffio sulla sua rappresentazione, un’ombra a incrinargli il sorriso, il velo di un dubbio.



