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Flesh and Fuel
Il migliore cinema queer, oggi, opera deviazioni e slittamenti spiazzanti. Come ambientare una storia di dominazione e sottomissione nella comunità dei motociclisti in Pillion – Amore senza freni; e come costruire una storia di sesso e d’amore tra due uomini nel mondo dei camionisti. Avviene nell’esordio al lungometraggio del francese Pierre Le Gall, Flesh and Fuel (Carne e carburante) presentato nella Semaine de la Critique di Cannes 2026, che ci ha visto bene e ha portato nella kermesse una piccola perla.
Il titolo originale è Du Fioul dans les artères, che suona come “gasolio nelle arterie”, perché proprio questo caratterizza i guidatori dei camion, nella loro essenza sradicata, nella loro vita sulla strada. Il protagonista è Étienne, interpretato da Alexis Manenti sempre più talentuoso, soprattutto nella variazione dei ruoli abituali, vedi il poliziotto violento ne I Miserabili di Ladj Ly; costui è un camionista di lunga percorrenza che non ha una famiglia sua, sul cruscotto tiene la foto della sorella con l’amabile nipotino.
È omosessuale Étienne, nelle pause di lavoro consuma brevi incontri con uomini nei parcheggi e nelle aree di servizio, solo per appagare un bisogno fisico senza amore. Finché non succede qualcosa: l’uomo intrattiene un rapporto fugace con un altro camionista, il polacco Bartosz nel corpo di Julian Świeżewski, e qui c’è un lieve impercettibile cambiamento. I due si separano senza lasciarsi un contatto, ma i guidatori sono come i pesci che nuotano paralleli: nel percorso sono destinati a incrociarsi, tra un carico e una consegna. Quando Étienne intravede di nuovo Bartosz, gli si para davanti e rischia di essere investito; l’ira del collega si trasforma presto in un accoppiamento felice. Ma è possibile l’amore tra camionisti con la benzina nelle vene?


Flesh and Fuel
Pierre Le Gall si mostra molto abile a disegnare la comunità con taglio rigidamente realistico, ovvero i lavoratori non sono idealizzati né “romanticizzati” ma si inscenano per come sono; viene descritta la loro quotidianità che comprende guide sfiancanti e nel tempo libero cameratismo e scherzi virili, comprese le donne, i vecchi e i giovani, come il ragazzo assegnato a Étienne in veste di apprendista. Detto altrimenti: i camionisti sono tali, non si fingono altro. E la loro vita viene inchiostrata nei colori della notte, con la splendida fotografia di Antoine Cormier che passa dai luoghi desolati alle luci “sporche” delle insegne e dei fari.
Nell’arco di novanta minuti si forma allora un’ipotesi di relazione, sempre in bilico, precaria per natura, senza possibilità di appiglio stabile. Nella porzione idillica gli amanti si perdono e ritrovano nel cammino, salutandosi teneramente a ogni re-incontro; poi secondo le regole della progressione drammaturgica arriva anche la rottura, nella forma di una durissima lite. La lente resta su Étienne, mentre Bartosz scompare. Può sembrare l’istante del dissolvimento, ma è proprio qui che giunge il colpo di coda: il protagonista non ci sta, compie un atto di riappropriazione sentimentale e si lancia sulle tracce dell’amore. Rivendica il diritto a una storia.
Flesh and Fuel porta un tassello potente al cinema LGBTQ+ dei nostri anni, proprio perché mostra un lato inedito senza retorica, muovendosi naturalmente tra parcheggi, depositi, ferrovie. E così ritaglia momenti struggenti: Étienne che incontra il suo allievo padre di un figlio neonato, quando ormai ognuno conosce l’essenza dell’altro; e soprattutto la sequenza degli amanti in autostrada, che per sbaglio si ritrovano ai lati opposti, si parlano ma non possono raggiungersi. Forse… Anche i camionisti hanno un cuore.



