Le meraviglie

Alice Rohrwacher in Concorso con un titolo che dice del film: familiare, immaginifico, umanissimo

17 Maggio 2014
4/5
Le meraviglie
Le meraviglie

Le meraviglie, titolo che dice anche del film. L’opera seconda di Alice Rohrwacher, dopo l’ottimo esordio Corpo celeste (Quinzaine, 2011), segnala un’autrice: poetica che ibrida realtà e immaginazione, ovvero discende dalla prima la necessità e l’accadimento della seconda; stile ancorato ai personaggi, anzi, alle persone; sensibilità ed empatia per accompagnare una lucida, fallimentare e insieme speranzosa, analisi del mondo là fuori, del mondo dentro di noi.
Ancora una volta, la declinazione è femminile, la coniugazione sottratta a un tempo che è qui, ora e anche là, altrove: è la possibilità, lo stupore, la potenza la cifra ultima de Le meraviglie, che nel fare di una bambina, la protagonista Gelsomina capofamiglia a 12 anni, nell’apparire di un cammello, ne “il mondo sta finendo” di un padre trova l’epifania del (soprav)vivere oggi.
Siamo in campagna, il mare è vicino, ci si bagna, le api danno il miele, Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) vive con tre sorelle più piccole che comanda a bacchetta, la madre (Alba Rohrwacher), il padre straniero Wolfgang (Sam Louwyck): un padrone, burbero ma buono, che in lei ha l’erede, l’aiutante di campo e, sì, anche il futuro. Ma le cose non vanno bene, l’UE impone norme rigide per il laboratorio della smielatura, e i soldi non ci stanno: direbbe Lenin, che fare?
Non la rivoluzione, quella c’è già nel casolare di Gelsomina: è un mondo a parte, autarchico, in simbiosi con la natura, animato – non dominato – da regole non scritte, vissute nel quotidiano. Socialismo utopico, forse, in formato famiglia, anche se Wolfgang è un volitivo primus inter pares. A irrompere è la televisione, con i suoi derivati poco immaginifici: un concorso strapaesano sugli Etruschi, la fata bianca Milly Catena (Monica Bellucci) a condurlo, il villico più “tipico” da premiare. C’è sintonia, ovvero fascinazione della prima, tra Gelsomina e Milly: la piccola vorrebbe iscrivere la famiglia, ma Wolfgang ha una sola parola, verboten. C’è già una stagionata e fricchettona ragazza alla pari nella famiglia, e arriva anche Martin, affidato a Gelsomina e Wolfgang dallo Stato tedesco: missione rieducazione, ma è il posto giusto?La Rohrwacher prende anche dalla propria autobiografia, trova nel contraltare televisivo la parabola già cara al Matteo Garrone di Reality, iscrive nell’anarchia organizzata di casa Gelsomina i tumulti – soprattutto, quelli tra realtà e fiaba di popolo – già di Post tenebras lux di Carlos Reygadas, ma fa davvero di testa, occhi e cuore suoi: Le meraviglie è apocalittico, escatologico, abbandono al locus amoenus, dissoluzione dell’hortus conclusus.
Là fuori tv, Ue e altri acronimi della contemporaneità premono per la dissoluzione, coscienti o nolenti, ma Gelsomina, Wolfgang e gli altri non li temono: esiste la parola “fallimento” nel loro universo? Esiste un habitat per un cammello che non sia quello del desiderio, del regalo? Le macchine sono infide, tagliano; i concorsi mistificano la storia, nel nome del fantomatico DOP; le famiglie, questa almeno, possono perdere ma non perdersi, che tra la felicità e la scomparsa stanno nella stessa inquadratura, senza altri tagli, quelli del montaggio. Né indicazioni geografiche, né denominazioni controllate, qui di tipico c’è solo il talento: saper guardare il mondo e sapere che non è tutto quel che vediamo. Due meraviglie, Le meraviglie

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