L’allenatore nel pallone 2

Il ritorno al cinema di Banfi e Martino: operazione nostalgia innocua e indolore che strappa più di qualche sorriso

11 Gennaio 2008
L’allenatore nel pallone 2
Lino Banfi tra gli eredi
dei temibili gemelli

Non basta essersi ritirato nella tranquillità delle sue terre pugliesi, con moglie figlia genero e nipotino: Oronzo Canà – mai dimenticato allenatore della Longobarda, guru della b-zona e del 5-5-5 – non smette di sognare soddisfazioni nel mondo del calcio. Non potrà dire di no, pertanto, quando il figlio del vecchio presidente Borlotti e il suo (losco) socio in affari russo gli proporranno di sedere nuovamente sulla panchina della Longobarda, tornata miracolosamente in serie A e quotata in Borsa. E così, dopo oltre venti anni, Canà dovrà ancora una volta sfidare tutto e tutti (società compresa) per salvare la sua squadra dalla (quasi) sicura retrocessione. Spinto (per sua stessa ammissione) a rivestire i panni di Oronzo Canà per esaudire le tante richieste di giovani (e non) affezionati a L’allenatore nel pallone (sempre un successo di pubblico ad ogni passaggio televisivo e ottime vendite con l’uscita in DVD) e ritrovando alla regia lo stesso Sergio Martino – che lo diresse in tantissimi altri film – Lino Banfi torna sul grande schermo dopo un’assenza di vent’anni (Com’è dura l’avventura) e un’immagine (televisiva) rinnovata dopo i trascorsi che lo resero celebre in commedie sboccate e scollacciate, al fianco delle bellissime Fenech, Bouchet, Cassini, Rizzoli e via dicendo: il risultato è meno catastrofico di quanto si potesse attendere, soprattutto se messo a paragone con analoghe operazioni “revival” tanto di moda nel cinema (comico) italiano degli ultimi tempi, vedi Il ritorno del Monnezza o Eccezzziunale… veramente: capitolo secondo… me. Vuoi per un rispetto filologico quasi maniacale, vuoi perché nei ruoli di contorno vengono utilizzati gli stessi attori di ventiquattro anni fa (la moglie di Canà interpretata dalla Calandra, la figlia da Stefania Spugnini, il “mediatore” Bergonzoni da Andrea Roncato e il mitico Aristoteles – che compare verso la fine sugli spalti dello stadio – da Urs Althaus), questo sequel paga certamente lo scotto di battute o gag non sempre puntualissime, come il precedente poggiate su un intreccio tutto sommato fiacco e prevedibile (niente a che vedere, per intenderci, rispetto all’anarchia delle commedie sexy del decennio precedente), ma nasconde quel sapore di cinema-nostalgia che in fondo ne giustifica pienamente l’esistenza. Come allora, forse di più, innumerevoli le partecipazioni di calciatori, allenatori e giornalisti sportivi prestatisi per interpretare loro stessi, capitanati dal numero dieci giallorosso Francesco Totti. E tra le new entry (sorvolando sugli aberranti camei di vari reduci da grandi fratelli & co.), l’avvenente giornalista in cerca di scoop interpretata da Anna Falchi, con tanto di intervista/equivoco rimandante allo sketch con la Fenech di Zucchero, miele e peperoncino, sempre diretto da Martino nel 1980.

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