La talpa

Dal capolavoro di Le Carrè a quello di Alfredson: che cerca la spia infiltrata e trova il cinema

12 Gennaio 2012
5/5
La talpa

“La prego, non realizzi il film del libro né un remake della miniserie TV. Esistono di già”. La richiesta di John Le Carrè è stata rispettata in pieno da Tomas Alfredson, chiamato a confrontarsi con il capolavoro dello scrittore britannico: La talpa arriva sul grande schermo, ed è una folgorazione.
Il regista svedese, già artefice del “piccolo” caso Lasciami entrare, si attiene scrupolosamente alla preghiera di Le Carrè (quella di non tentare l’inutile “traduzione”) e riesce nella straordinaria impresa di trasformare una spy-story in un trattato sulla visione. Per farlo, affida all’agente in pensione George Smiley (un Gary Oldman spaziale) una missione affascinante, al tempo stesso improba, dall’ambizione sconfinata: scoprire chi, tra i suoi vecchi colleghi di Circus (nome in codice dei Servizi britannici), sia il doppiogiochista al soldo di Karla (capo dello spionaggio sovietico), diventa il pretesto per dare inizio ad una danza, lenta e inesorabile.
Nessuna concessione allo spettacolo, esaltazione silenziosa di ogni singolo dettaglio, estetica della sottrazione mirata a ritrovare il senso più profondo, efficace, di ogni singola parola in ogni singolo dialogo, di ogni inquadratura o movimento di macchina, solo in apparenza saltuariamente accessori, o di raccordo: lo spettatore è invitato a compiere una scelta – in questo replicando, se si vuole, la situazione in cui si sono trovati gli sceneggiatori (Bridget O’Connor, Peter Straughan) e il regista al cospetto del libro, prima di concepire il film – ad accettare o meno l’invito, a scommettere o meno sulla propria capacità d’osservazione.
D’altronde Alfredson lo mette in chiaro sin dalla prima sequenza del film, con quella veduta dall’alto su Londra, che attraverso il carrello indietro svela ai nostri occhi che stanno osservando non “qualcosa”, ma qualcuno che osserva: capirlo alla fine del film, insieme all’epifania di Smiley, potrebbe essere troppo tardi.
Sorretto da un cast fantastico (Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt, Toby Jones, Mark Strong, Benedict Cumberbatch, Ciaran Hinds e David Dencik) e da un ottimo lavoro sulle luci (la fotografia è di Hoyte Van Hoytema, sodale di Alfredson), il film è ambientato nel 1973, un anno prima che uscisse La conversazione di Francis Ford Coppola. Con il quale ha più di una semplice affinità: a buon intenditor, poche parole.

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