La madre

Dal romanzo della Deledda, un esordio tra ambizione stilistica ed eccessivo simbolismo

9 Luglio 2014
2/5
La madre

E’ una storia di diavoli nel corpo e nella mente quella con cui Angelo Maresca decide di cimentarsi per il suo esordio sul grande schermo. La madre sceglie di trattare un tema delicato come quello della sessualità dei preti e lo fa raccontando il rapporto tra un sacerdote che sta vivendo una profonda crisi, dovuta alla passione sessuale che lo lega a una giovane parrocchiana, e sua madre, la quale sente di dover aiutare il figlio a tornare sulla retta via.
Un dramma esistenziale, spirituale e morale che la sceneggiatura scritta da Maresca con Dardano Sacchetti, Laura Sabatino e Fabrizio Procaccini (partendo dal romanzo omonimo di Grazia Deledda) tramuta poco a poco in un viaggio metafisico tra bene e male, piacere e dovere, desiderio ed estasi. Sullo sfondo romano dell’Eur e del Colosseo quadrato, La madre è un film che analizza la relatività dei valori condivisi, siano essi sociali, affettivi o istituzionali, con una certa ambizione stilistica che per estetica e poetica guarda ad Antonioni (anche nell’uso complicato dei dialoghi) ma che deriva in un simbolismo che nuoce agli attori, soprattutto a una Carmen Maura mal diretta, e a uno spettatore via via più spaesato.

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