La bella società

L'opera seconda di Cugno punta all'affresco storico di fine Novecento, ma finisce imbrigliata in un melodramma privo di spessore

21 Maggio 2010
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La bella società
La bella società

Nella Sicilia arcaica dei primi anni Sessanta vivono Giuseppe (David Coco) e Giorgio (Marco Bocci), due fratelli cresciuti senza il padre e gelosissimi della madre (Maria Grazia Cucinotta) che prova a fare l’attrice, persuasa dal produttore-amante Romolo (Raoul Bova). Ma una tragedia improvvisa cambierà vite e destini di tutti…
E’ solo l’incipit de La bella società, opera seconda del siciliano Cugno dopo il pluripremiato Salvatore, girato a Pachino. Tra Raoul Bova che ricalca il sedicente inviato della casa cinematografica romana interpretato da Sergio Castellitto ne L’uomo delle stelle, esplosioni che fanno perdere la vista e proiezioni di pellicole nel paese alla Nuovo cinema paradiso: nulla di nuovo all’orizzonte, si attinge da Tornatore in un affresco siciliano stile Baarìa (ma attenzione qui non ci sono i tipici carretti con i muli!). Si prosegue con dirigenti della Fiat assassinati, brigate rosse, segretarie torinesi krumire costrette a nascondersi, crisi del grano e barricate di contadini in rivolta fino agli scioperi degli operai. L’affresco diventa storico e descrive la seconda metà del Novecento (gli anni sessanta, settanta, ottanta), ma l’analisi, priva di spessore ideologico e politico, non spiega né le cause né le ragioni di importanti avvenimenti della storia del nostro paese.
Troppi sono gli elementi mal combinati e soprattutto già visti (La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, Il grande sogno di Michele Placido). A condire ulteriormente la società si aggiungono Simona Borioni e Anna Safroncik che ricordano rispettivamente le soap opera VivereCentovetrine rendendo il film anche televisivo. In conclusione La bella società non è poi così bella e neanche il film.

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