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Brianza
“Meda, Seregn, Paina e Marian I mantegnen el boia de Milan”. La suggestione mi viene dall’amico Paolo Pirola dell’Associazione Brianze: è Ignazio Cantù ne Le vicende della Brianza del 1836. Non sappiamo se Simone Catania, che scrive con Ugo Chiti e Fabio Natale, l’abbia letto, di certo recepisce siffatta inveterata e inverata tendenza brianzola o, meglio, briantea: lungi dal romanzo, è comunque Brianza criminale, in Concorso alla 21. Festa del Cinema di Roma.
Nato nel 1980 a Cantù da genitori siciliani, Catania trasla sullo schermo la vicenda (https://www.ilcittadinomb.it/news/senza-categoria/monza-decapitato-dal-sociogestiva-un-distributore-in-citt/) dell’imprenditore Giacomo Brambilla, ucciso e decapitato – la testa venne messa nel forno di una pizzeria – dall’armaiolo Alberto Arrighi nel 2010 a Como, e si affida a Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon e Marina Rocco con l’obiettivo di trasfigurare una provincia meccanica, feroce, dove per non perdere lavoro e posizione, peraltro coincidenti, si è disposti a tutto.
2009, la crisi morde, Giorgio Farina (Alesi), erede di una prestigiosa armeria in Brianza, rischia di perdere tutto dopo un investimento sbagliato a Lugano: non può perdere la faccia, lo status, né la “stima” della moglie Valentina (Rocco), sicché un debito dopo l’altro si lascia coinvolgere da Alberto Fumagalli, eccentrico proprietario di distributori di benzina, in un piano di distrazione, e occultamento nell’armeria stessa, di fondi. L’alleanza è venale, e arteriosa di un sistema socioculturale che non conosce altro dal profitto e la rispettabilità: Giorgio e Alberto si incastrano per trama esistenziale e ordito, appunto, criminale, e s’incistano nel tessuto (a)morale della Brianza profonda.
Valentina si rifà le chiappe, l’importante è non perdere la faccia, e Giorgio lo sa bene: s’attacca come la verghiana ostrica, diremmo cozza, a quel che non è più o, meglio, che non potrebbe permettersi: non si fa credito e, peggio, non si risparmia nessuno.
La prima parte del film è notevole, Pierobon pare l’Hannibal Lecter di Hopkins, Rocco è fatale e sexy, Alesi la garanzia che conosciamo, e Catania dipinge – procediamo con la sinestesia - il basso continuo e sordo di una terra munifica e sterile, ricca e desertica: personaggi come traiettorie esplosive, la roba come ragione di vita (e morte), il misfatto come ineludibile, e ineluttabile, conseguenza dell’essere.
La seconda parte, quando si stringe sulla storia, quando si scioglie la tragedia nemmeno tragica, funziona meno, si accartoccia un poco sull’inevitabilità, indulge nelle superfetazioni dietro la macchina da presa e nei facili effetti. E i personaggi stessi stingono nella macina drammaturgica ancorché ideologica della terra ingrata e i destini piccoli: ma, chiediamoci, è un problema di Brianza o della Brianza? Vai a sapere, eppur si muore.
E, allora ancora con Pirola, chiediamocelo: “Forse che la Brianza derivi non da Brig, ‘altura’, ma da Briga, in gallico secondo il Devoto ‘forza, prepotenza’”?
Comunque sia, Brianza merita di trovare la sala: in un panorama italiano in cui - è un tema che andrebbe seriamente trattato – le distribuzioni sono diventate dei service non sarà facile.Colpevolmente.



