Autore di documentari sul cinema e nel cinema, Alexandre O. Philippe pare la persona più adatta per prendere in mano il mistero di Kim Novak, la diva degli anni Cinquanta e Sessanta assurta a icona grazie a La donna che visse due volte e praticamente ritiratasi da quarant’anni. In realtà il mistero è più suggestivo che effettivo, evocato da quella vertigine – Vertigo, appunto – che è sì il titolo originale del capolavoro di Alfred Hitchcock ma anche il filtro, la chiave, l’ingranaggio per comprendere, interpretare e smontare il mondo di Kim Novak.

Presentato alla Mostra di Venezia del 2025, dove l’attrice fu celebrata con il Leone d’oro alla carriera, Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte è evidentemente un documentario ma, a ben vedere, è qualcosa di più ambiguo, come d’altronde è sempre stato il volto della stessa protagonista. Direttamente coinvolta, la novantatreenne Novak parla tantissimo, quasi avesse paura che qualcuno possa impossessarsi di una biografia pensata per l’eternità. Lo dice lei stessa, dopotutto, raccontando di come si sente quando si trova allo specchio: “Voglio essere padrona di me stessa, di ciò che faccio e del modo in cui creo la mia immagine agli occhi del mondo”.

Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte
Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte

Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte

Sarebbe perfido definirlo un’autoagiografia ma il film di Philippe è un ritratto in prima persona che preferisce dare voce al soggetto piuttosto che osservarlo dall’esterno. A suo modo è una metafora del divismo hollywoodiano e della sua capacità mesmerizzante: benché non occupi il grande schermo da molti decenni, Novak vi appartiene per statuto, consapevole dei propri mezzi e di essere testimone di una mitologia ormai perduta. E, con notevole acume, fa slittare il doc verso l’auto-critofilm, proponendosi come esegeta di se stessa, dal suo essere “re-attrice” piuttosto che attrice al rapporto con James Stewart ed Hitchcock senza concessioni al gossip.

Intervista che svicola verso il monologo, Kim Novak’s Vertigo passa in rassegna ispirazioni (l’identificazione con l’amata Greta Garbo che “nacque vulnerabile, visse vulnerabile e probabilmente morì vulnerabile”) e confessioni (il senso di colpa per essere fuggita da Hollywood che “inghiotte le persone” ma anche la coscienza che “il cinema è stata una deviazione nella vita”). Ed è anche un film di fantasmi, dove Novak fa di tutto per non confondersi con gli spettri evocati, salvo infine dichiararsi tale quando tra ricordi nascosti nella soffitta emergono il vestito e la sceneggiatura della Donna che visse due volte. Quasi a dirci che è inutile cercare di scoprire qualcosa che soltanto il cinema può rivelare.