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Bernardo Bertolucci
Il titolo completo di Joie de vivre è esaustivo: Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più. Non solo. È anche un film fondamentale nella carriera di Luca Guadagnino, lungamente preparato ma arrivato nel momento perfetto, quello in cui lui stesso – confrontandosi con James Gray – si sente sulla via di una sorta di appagamento artistico. Tornare a Bertolucci, al regista che forse più ama, interrogandone l’eredità nella stagione in cui nessuno sembra voler portare in palmo di mano un regista così controverso per la presunta sensibilità contemporanea, vuol dire anche fare un punto su se stesso.
Presentato Fuori Concorso a Venezia 83, Joie de vivre è anzitutto il linguaggio che si è scelto, un lungo documentario di sette ore attorno all’opera di Bertolucci pensato con i mezzi novecenteschi (la pellicola, le macchine, il “peso” della struttura) e realizzato con quelli contemporanei (la troupe ridottissima è sempre visibile o riflessa negli specchi), ed è la missione che si è dato, un’opera di divulgazione cinefila che parte dal maestro per attraversare la passione per un’arte che – come dice Martin Scorsese – non sarà mai più come l’abbiamo imparata ad amare nel Novecento. Ma è almeno altre cinque cose.
La prima. È una lettera d’amore, colta e appassionata, un’amorosa inchiesta su qualcuno che l’autore della missiva – scritta con Carlo Antonelli – conosce profondamente e intimamente. Non solo – e forse non tanto – perché ne fu amico ma soprattutto perché ne fu innamorato. Bertolucci come epitome del fare, vivere, pensare, amare il cinema. Bertolucci come specchio segreto dell’inconscio di Guadagnino che, naturalmente e forse magicamente, diventa anche il nostro, perché nessuno come Bertolucci ci ha fatto sentire il piacere di sentirci a disagio di fronte a verità tanto evidenti quanto nascoste.
La seconda. È un critofilm. Se, come dice Jean Douchet, “la critica è l’arte di amare” perché “frutto di una passione che non si lascia divorare da se stessa ma aspira a mantenere una vigile lucidità”, Joie de vivre è completamente un film che passa attraverso la critica per esprimere un atto d’amore. Che è anche un atto di fede nelle possibilità del cinema (“È necessario fare film, vederli, commentarli, recensirli” dice Gherardo Colombo). Che mette l’esercizio, la pratica, la vocazione della critica al centro di una riflessione che trova la cartina di tornasole nell’opera di Bertolucci, capace di spaccare la comunità intellettuale ieri come oggi e così anche domani, creando fazioni che dicono molto più sulle parti in causa che sull’oggetto della questione.


Luca Guadagnino
La terza. È una riflessione sul linguaggio come elemento cruciale del cinema stesso. Una lezione di cinema attraverso il cinema nelle forme che può assumere questo concetto nello stile di Guadagnino (la spiegazione della Nouvelle Vague), ma anche un’estensione del saggio su Bertolucci che accoglie le riflessioni di altri maestri sulla differenza tra inquadrare qualcosa e avere la capacità di pensare, sulla forma come sostanza del fare cinema, sulla retorica del conflitto tra arte e commercio, sulla necessità – come sosteneva Jean Renoir – di lasciare la porta aperta sulla realtà. C’è tutto il Guadagnino felicemente polemista, che sollecita gli interventi mai banali di gente come Martin Scorsese, David Cronenberg, Alfonso Cuarón, Kirill Serebrennikov, Margot Robbie, Mark Cousins.
La quarta. È una biografia che sconfina nell’autobiografia di Guadagnino quanto e nelle autobiografie delle persone coinvolte, come se il cinema di Bertolucci fosse talmente legato alla sua vita (la figura incombente del patriarca Attilio, forse unico destinatario di un’opera creata per compiacerlo) da riverberarsi nelle esperienze di chi ha fruito di quell’opera, in primis quelle di chi collaborò con BB (Jeremy Thomas, Debra Winger, Catherine Breillat, tutti pezzi di una bella storia orale del cinema). È un film che rifiuta il gossip sul personaggio, che “apre porte” senza vedere oltre (i non detti, i lutti, le assenze) ma che ne esplora l’intimità in un modo forse ancora più immersivo. Quando James Gray dice che vedendo Io e te ha riconosciuto il suo figlio tredicenne nel protagonista, sta dicendo che l’allora settantunenne Bertolucci era arrivato a un tale livello di onestà da spogliarsi emotivamente per consegnarsi così com’era a quell’età (un godardiano che si riscopriva truffautiano...).
Lo stesso Guadagnino parla di sé parlando solo di Bertolucci, non dice mai il perché o il percome ha fatto certe cose e quanto il maestro l’abbia influenzato nella carriera. Studiando e smontando l’opera di Bertolucci, crea un ponte tra il suo grande film incompreso sul neopuritanesimo della società del privilegio (After the Hunt) e quello imminente e già dibattuto sull’intelligenza artificiale (Artificial, l’esigenza della verità nell’epoca della verosimilità), ragiona su quanto sia ancora urticante e spiazzante la vertigine politica ed estetica del desiderio nel cinema di Bertolucci e ci fa pensare ai suoi film sul desiderio (Challengers che evoca il fantasma della bisessualità, Queer come emanazione di Il tè nel deserto, le rotture sessantottine di A Bigger Splash, tutto Chiamami col tuo nome). Perché per quel cinema là, con quella joie de vivre, non si può che provare una nostalgia da declinare al futuro.
La quinta. È un grande, grandissimo film.



