Interdizione perpetua

A Roma Gaetano Di Vaio racconta la sua città, Napoli. E punta il dito contro la negazione dei diritti più elementari

19 Novembre 2012
3/5
Interdizione perpetua
Interdizione perpetua

Paradossi su paradossi. L’Interdizione perpetua è un paradosso. Gaetano Di Vaio ancora una volta racconta uno spaccato di vita della sua città, Napoli e della sua periferia, e dell’impossibilità di partecipare alla vita della società da parte di alcune persone, alle quali sembra negato l’accesso ai diritti più elementari: reddito, lavoro e sopravvivenza. Le persone si raccontano in questo docufilm, e mettono a nudo tutti i loro problemi e le difficoltà nel arrivare a fine giornata. Gente che cerca di superare le mancanze dello stato reinventandosi un lavoro, come la raccolta del ferro vecchio – una notte di ricerca, per i cassonetti della città, può portare a guadagnare fino a 10 euro – o di altri materiali e oggetti presi dall’immondizia. Ma ecco un altro paradosso. Una città che non riesce a smaltire i propri rifiuti punisce chi, senza reddito, ricicla il ferro vecchio con i propri mezzi. I protagonisti vengono arrestati, multati o privati del mezzo di trasporto per aver commesso quello che si è deciso essere un reato. E intanto la condizione di chi è ai margini della società diventa sempre più insostenibile. Le difficoltà quotidiane di questa gente, ci trasporta nella letteratura dell’Ottocento, i mobili, i vestiti sono moderni, attuali, ma la miseria, la sporcizia e la disperazione delle famiglie rimanda a quei tempi lontani, dove se non eri nobile non eri nessuno. Gli anni passano ma la situazione, a quanto pare, non cambia più di tanto. E allora, tra il percorso di chi tenta di riciclare di notte il ferro vecchio e chi insegue i pacchi di aiuti che la Caritas può destinare a poche famiglie, incontriamo le vite e le difficoltà di chi è condannato a perpetua interdizione.
“Abbinato”, al festival di Roma, anche un corto su Scampia e l’adolescenza perduta, sempre con lo zampino di Di Vaio: Ciro. Ancora una volta il cinema esplora la realtà problematica e pericolosa del quartiere di Napoli, noto per il traffico di droga e la malavita. Il documentarista Sergio Panariello, in questo cortometraggio – nato dall’idea dell’inarrestabile Di Vaio, con la sua Figli del Bronx Produzioni (in collaborazione con Gianluca Curti della Minerva Pictures)  – ci fa esplorare la realtà del quartiere napoletano tramite Ciro, un ragazzo di 14 anni, che trascorre le sue giornate tra scuola, salumeria, nella quale lavora come garzone e il campo da calcio dove si allena. La sua quotidianità, però non lo soddisfa più. Ha bisogno di guadagnare per aiutare Anna – ragazza di 18 anni, incinta, per la quale il ragazzo prova dei sentimenti – di essere qualcuno. Per questo avrà bisogno di Lello, un capozona che simboleggia la ricchezza e il successo; un mito agli occhi di Ciro, che però ben presto avrà modo di cambiare idea. Lo sguardo della macchina da presa segue passo per passo gli spostamenti del quattordicenne dando la possibilità allo spettatore di vedere e vivere attraverso gli occhi di Ciro tutto ciò che lo circonda. Ancora i giovani, la vita in strada, tra la droga e la malavita; un corto post-Gomorra, che però, al contrario del film di Garrone, non si limita a far vedere ciò che accade, ma vuole spiegare il perché di quello che accade; nella vita, nel cuore e nella mente dei giovani ragazzi di Scampia.
 

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