Il sospetto

Caccia al "mostro" che sa di capolavoro. Eccezionale Mads Mikkelsen, premiato a Cannes, per un superlativo Vinterberg

21 Novembre 2012
5/5
Il sospetto
Mads Mikkelsen ne Il sospetto

Quattordici anni dopo Festen, ecco il capolavoro di Thomas Vinterberg. Il suo Jagten (The Hunt, da noi Il sospetto, non ci aveva già pensato Hitchcock?…) indaga gli spaventosi territori nei quali può ritrovarsi un uomo, prima stimato e benvoluto, poi osteggiato e trattato alla stregua di un perfido criminale.
Divorziato, 40 anni, Lucas (Mikkelsen, premiato come miglior attore a Cannes) ha da poco un nuovo lavoro nell’asilo nido locale. Inizia anche a frequentare una collega e sta ricostruendo il rapporto con il figlio adolescente. Si avvicina il Natale, e con le prime nevi anche una piccola bugia può diffondersi come un virus. La piccola Klara, figlia dei suoi più cari amici, accenna alla maestra di qualcosa che la vedrebbe coinvolta con Lucas. Qualcosa di osceno, irrimediabile. Basta il sospetto, l’uomo è tagliato fuori da tutto: l’intera comunità si ritrova unita, tutti (o quasi) sono contro di lui. La caccia ha inizio.
Scritto e diretto con precisione chirurgica, il film è astuto, ma non furbo: l’assunto è quello che da sempre accompagna le convinzioni degli adulti (“i bambini non mentono mai”), lo sviluppo quello di un racconto d’assedio. La grandezza è proprio quella di non ricorrere al trucco, al colpo basso di far credere qualcosa che non è: Lucas è innocente, lo sa lui, lo capiamo noi. E l’empatia nei confronti del personaggio è totale: in questo, Vinterberg compie un miracolo cinematografico, invocando aiuto per il suo protagonista, ingiustamente accusato e fatto fuori da qualsiasi attività sociale, sempre più solo con il suo dolore. Lucas perde il lavoro, la sua situazione si aggrava dopo che altri bambini, gli stessi che prima del racconto di Klara lo adoravano aspettandolo nel cortile del kindergarten, iniziano a convergere verso la stessa versione dei fatti, al supermercato viene malmenato e buttato fuori: la calunnia si è fatta cancro, Lucas è un mostro. Un pedofilo.
Anche qui, il regista danese è bravo a far emergere gli aspetti contraddittori di una situazione inaspettata, impensabile e dalla gestione difficilissima: nei fatti è un tutti contro uno, ma c’è ancora qualcuno disposto a non trasformare l’uomo in una facile preda, in primis il figlio Marcus. E non sbaglia a condurre il racconto verso un finale (magnifico) che solamente in apparenza sembra riportare le convinzioni della comunità sui binari del vero. Il senso profondo del film è tutto lì: confermato colpevole o rilasciato dalle autorità competenti, “perdonato” o meno dal padre di Klara, tenuto ai margini o reintegrato nel gruppo, Lucas sarà considerato – per sempre – un mostro.
Qualcuno che, in un momento o nell’altro, proprio come i cervi che ama cacciare con gli amici, potrebbe fare la fine che “si merita”. Strepitoso.

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