Probabilmente chi pensa che esista ancora una categoria occulta ma abbastanza riconosciuta come quella di “cinema d’agosto” sarà più indulgente nel giudizio. Un po’ come succede con le squadre di calcio che si presentano imballate alle amichevoli estive: è calcio d’agosto, amici, che volete? Accontentarsi però è più un atto di generosità del pubblico che effetto della virtuosa modestia dell’intrattenitore. Ed è soggetto ai capricci personali. Come dire: ne teniamo conto ma non ci facciamo troppo condizionare.

Che La fine di Oak Street possa essere considerato un cono gelato a tre gusti da trangugiare senza problemi mentre siamo attardati in città nella grande afa di agosto, non ci piove. Che si possa rimanere quantomeno perplessi per il fatto che a servircelo sia David Robert Mitchell, autore di uno degli horror capolavoro di questo secolo, l’elevatissimo e sempre attualissimo It Follows, pure.

Che cosa ti è successo, David?

All’apparenza nulla. Il nostro genietto di Clawson, Michigan, continua a proporre storie indubbiamente coerenti con un certo modo di sentire la vita, il mondo. Che poi è quella sensazione che abbiamo ritrovato in ognuno dei suoi quattro film visti finora.

CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden
CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden

CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden

(Daniel McFadden)

Sin dal principio, da The Myth of the American Sleepover, racconto che solo un notaio del giornalismo potrebbe definire “adolescenziale”, passando per l’inarrivabile It Follows e poi l’equivocato (in primis dal regista medesimo) Under the Silver Lake, fino a questo sogno di una notte d’estate che chiude una parabola di sfasamento progressivo riportandolo in Michigan, paesaggio fondativo di un immaginario di villette, giardini, vialetti, garage, piscine e strade tranquille. Le stesse in cui il piccolo David si aggirava in cerca di alieni, come il bambino di E.T.

E qui veniamo alla iconosfera dell’ultimo progetto, all’irradiazione di un’ossessione infantile, spielberghiana, accolta e modellata dal suo più noto discepolo, quel J.J. Abrams che figura come produttore. Forse origine del peccato del film.

A Scene from “The End of Oak Street,” A Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
A Scene from “The End of Oak Street,” A Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

A Scene from “The End of Oak Street,” A Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

Per la prima volta nella carriera di Mitchell qui hai una sinossi che chiunque può leggere senza aggrottare il sopracciglio sinistro. Ed è un altro sintomo. Una sinossi ricalcata su un ricordo di come doveva essere la famiglia americana in quegli anni Ottanta: i barbecue, il vicinato, i calzettoni portati fin quasi sotto il ginocchio, i pantaloncini cortissimi e le biciclette senza marce che possono salire al cielo se pedali di fantasia. Siamo in pieno immaginario Spielberg. Il pantone è suo: mondo acceso e interni più sbiaditi, devitalizzati da famiglie che scricchiolano. Nella nostra lei mescola frustrazione e recriminazione, sogna la prosa della scrittrice ma vive quella frustrante dell’anonimato. Lui è un brav’uomo, volenteroso e conciliante, ma l’ambizione non è il suo forte. Completano il quadretto i due figli, lei prossima al college, lui ancora in età da Topexan, citrulli e ammorbati dal mood della casa. E un cane da collante, primo testimone dell’evento di luce (ancora Spielberg) che annuncia funeste epifanie. Nessuna astronave sbarca: è tutto il quartiere a essere dirottato in un altrove preistorico, una specie di rifacimento in scala di Jurassic Park.

CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt, ANNE HATHAWAY as Denise Platt and MAISY STELLA as Audrey Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden
CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt, ANNE HATHAWAY as Denise Platt and MAISY STELLA as Audrey Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden

CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt, ANNE HATHAWAY as Denise Platt and MAISY STELLA as Audrey Platt in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures release. Photo Credit: Daniel McFadden
 

Tutto questo è remake da manuale, che avrebbe potuto fare J.J. Abrams medesimo. Con qualche traccia del Mitchell che fu, soprattutto per quel girovagare nell’inquadratura, con l’uso di grandangoli e composizioni profonde per lavorare simultaneamente su più piani dell'immagine. Che così diventa, come altrove, sospetta. Merito di Mike Gioulakis, direttore della fotografia del nostro dai tempi di It Follows. Tracce che sono anche prove di scollamento rispetto alla riconosciuta originalità dell’opera precedente, in cui alieno non era tanto lo scenario quanto lo sguardo. Era cioè la regia a insinuare che qualcosa nel mondo non va. Mitchell baratta invece la paranoia percettiva con un omaggio vintage e mainstream alla fantascienza senza divieto d’accesso ai minori. Una normalizzazione che non appare mai veramente giustificata da un’esigenza sentimentale. Il cuore non sembra l’organo forte di questo regista, ma allora perché rifare Spielberg? E non vale sporcare il family con qualche momento gore, perché il rischio è lo shock gratuito o, peggio, un volersi distinguere quando ti sei già imbucato alla festa.

EWAN McGREGOR as Greg Platt, CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt, MAISY STELLA as Audrey Platt and ANNE HATAHAWAY as Denise Platt in in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
EWAN McGREGOR as Greg Platt, CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt, MAISY STELLA as Audrey Platt and ANNE HATAHAWAY as Denise Platt in in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

EWAN McGREGOR as Greg Platt, CHRISTIAN CONVERY as Brian Platt, MAISY STELLA as Audrey Platt and ANNE HATAHAWAY as Denise Platt in in “The End of Oak Street,” a Warner Bros. Pictures Release. Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
 

Ed è una festa da 85 milioni di dollari di budget – il primo film di Mitchell lo aveva fatto con 50 mila dollari, It Follows con poco più di un milione, Under the Silver Lake con 8,5 milioni – con Anne Hathaway ed Ewan McGregor protagonisti (bravini, ma la chimica latita, e non per indicazione del copione), uscita wide con Warner, anche in IMAX. E il film, tolte una parte centrale molto ripetitiva, in cui i nostri dovranno sopravvivere ad attacchi sempre più feroci di animali preistorici, e una spiegazione molto facilona, che lascia molti interrogativi inevasi, la sfanga. È un simpatico giocattolone estivo, con morale solidaristica inattaccabile. Te lo sei visto e dimenticato tra i titoli di coda e il ritorno a casa.

Però il cinema può tranquillamente essere appassionante e serio, meno prono al marketing e al prevedibile, meno schiacciato sull’immediato. Ce lo aveva detto l’originale, Spielberg. Ma ce lo aveva mostrato anche questo allievo non convinto, che pure si era inventato un modo nuovo di fare film di genere. Nuovo e più duraturo di quanto non possa essere il rifacimento pedissequo di un classico.

It Follows ce lo aveva promesso: segue altro.