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Ancestral Visions of the Future
Proveniente dal Lesotho, piccola enclave della Repubblica del Sudafrica con passato colonialista e senza sbocchi sul mare, Lemohang Jeremiah Mosese è un autore sospeso tra saggistica e memoria, racconto collettivo e precipitato autobiografico, arte contemporanea e cinema sperimentale, che negli ultimi anni ci sta restituendo un complesso lavoro di ricerca rivolto al futuro, alla ricerca delle immagini perdute. Dopo This Is Not a Burial, It’s a Resurrection (2019), prima opera di finzione che confermava un processo creativo di straordinaria vitalità, Mosese è tornato con Ancestral Visions of the Future, presentato alla Berlinale 2025 nella variegata sezione Special. Un ulteriore tassello in un percorso più ampio e composito dove trascendere la realtà e incrociare l’attualità, posizionandosi in una terra di confine tra finzione e documentario.
Titolo ancora una volta eloquente, è un altro esemplare spiazzante della saggistica poetica di questo regista fuori dai canoni, qui creatore di un memoir fluido e non lineare che riflette sui concetti di sradicamento e appartenenza unendo l’approccio contemplativo alla riflessione politica, l’appiglio alle pratiche della modernità e l’adesione al lessico della natura. Un viaggio dominato da figure più emblematiche che archetipiche, dal Burattinaio, un uomo che coltiva le erbe deputate a prolungare la durata della vita così da concedere all’umanità più tempo per la redenzione, alla Venditrice del Mercato, una madre che mantiene viva la lingua dei sogni.
Mosese recupera un contesto ancestrale, appunto, e si serve del repertorio tradizionale per indagare nel proprio privato: tornare all’infanzia per strada e ai ricordi familiari non solo come seduta spiritica ma anche per interrogare il profilo umano, politico e culturale di un autore in esilio. E si avventura in un complesso e tormentato lavoro di ricerca per costruire un’enciclopedia delle immagini perdute, un vocabolario che conservi il suono e il senso di lingua davvero aderente a quell’orizzonte, un racconto illustrato per resistere alla scomparsa della memoria.
Meno efficace del precedente, Ancestral Visions of the Future è un’esperienza affascinante e straniante, tutta filtrata attraverso una voce fuori campo che anela una cattedratica autorità, mentre il sound design e la musica di Diego Noguera puntellano l’inquietudine e accompagnano l’azione che si disincarna in qualcosa di potentemente allegorico.
