Il nastro bianco

Un torbido acquario per l'onda nazista: carente l'emozione, condivisibile l'assunto, superba la forma. E' la Palma d'Oro Michael Haneke

29 Ottobre 2009
5/5
Il nastro bianco
Il nastro bianco

La storia di un microcosmo, quello della comunità rurale di Eichwald, per delineare alcune tendenze caratteriali e culturali della Germania all’alba della Prima Guerra Mondiale che spiegherebbero i successivi 30 anni della storia tedesca. E’ Il nastro bianco di Michael Haneke, in concorso al 62esimo Festival di Cannes. Attraverso la triste voce over (Ernst Jacobi) del maestro del villaggio (Christian Friedel), che ne da’ ormai anziano resoconto memoriale, sullo schermo sono gli eventi tragici che colpiscono la comunità, in gran parte alle dipendenze materiali del Barone (Ulrich Tukur) e quelle “spirituali” del pastore protestante (Burghart Klaussner), che domina sui bambini. La serie sfortunata parte, aprendo il film, dall’incidente a cavallo di cui è vittima il dottore (Rainer Bock), scaraventato a terra da una corda tesa tra due alberi. Di lì a poco, la moglie di un contadino morirà precipitando da un soppalco: incolpandolo per l’accaduto, il figlio devasterà un campo di cavoli del Barone, e il figlio dell’aristocratico verrà poi trovato legato e malmenato. Nel frattempo, la vita del paesino scorre tra violenza, fisica e verbale, malessere e usurpazione: dalla crudeltà del pastore nei confronti dei figli alle domande sulla morte rivolte alla tata – scena magnifica – da un bambino, che scoprirà brutalmente che la madre non è in viaggio ma defunta. Inizialmente mostrati nella loro innocenza, anche i bambini sono progressivamente contaminati dalla decadenza morale dei genitori, che, del resto, quell’innocenza mal tolleravano. Unica nota dissonante, in un panorama che contempla pure sessismo e pedofilia, la tenera corte del 30enne maestro all’adolescente Eva (Leonie Benesch, formidabile). Mentre le avvisaglie della guerra si fanno più forti, la primavera del 1914 è per il villaggio il risveglio della crudeltà: una teoria di violenze efferate cancella la residua convivenza possibile… Splendidamente fotografato da Christian Berger con un bianco e nero profondo e risoluto, fedelmente ricostruito nelle scenografie di Christoph Kanter, Il nastro bianco (ironica allusione all’innocenza che non c’è) è un film a tesi – subito esplicitata: il torbido acquario da cui si alzerà l’Onda nazista – e insieme un altro capitolo della filmografia di Haneke sul senso di colpa della civiltà giudaico-cristiana. Il regista austriaco torna a (di)mostrare di non credere nella bontà dell’uomo: è questa l’autentica soluzione del thriller, che viceversa, come già in Niente da nascondere non ne ha una – almeno definitiva – sul piano narrativo. Proprio perchè ad Haneke, e pure a noi, non interessa. L’humus socio-culturale della violenza non ha generato solo il Nazismo, ma è alla base – precisa Haneke – di ogni fondamentalismo, che nasce dall’assolutizzazione di un ideale, religioso o politico: una valenza paradigmatica che ne Il nastro bianco è lecito, se non palese, riscontrare, ma la freddezza intellettuale della forma, pur superba, rischia di confutarne la presa emotiva. Ma rimane uno straordinario album (fotografico) sul nostro senso di colpa.

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