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Vanessa Scalera e Enrico Borello in Il Dio dell'amore
Il piacere e l’amore, oppure – meglio – La ronde: lo schema è quello del capolavoro di Max Ophüls tratto da Arthur Schnitzler, ma al posto della Vienna d’inizio Novecento c’è la Roma eterna di oggi. Dove, tra le rovine di un’antica gloria imperiale e le immagini di una grande bellezza, si muove Publio Ovidio Nasone, reincarnato nello spirito di un angelo di seconda classe che osserva e spiega le vicende degli uomini e delle donne. Che al massimo sfiora, senza davvero interferire, quasi fosse il Destino di una storia di Jacques Prevért. È lui, il cantore dei sentimenti, il vero protagonista de Il Dio dell’amore, film d’apertura del 17° Bif&st, che conferma la grazia nel tocco di Francesco Lagi, regista qui alla prova di maturità sia per l’ambizione di costruire una commedia romantica adulta, colta, svincolata dal cronachismo e proiettata nel classico sia per la gestione di un materiale umano ricco e fertile.
Un po’ come in Cuori di Alain Resnais, la sceneggiatura di Lagi ed Enrico Audenino intreccia i destini di otto personaggi lungo le quattro stagioni, che non sono solo climatiche ma anche quelle dell’amore. Un autista di autobus (Enrico Borello) sbarella per una maestra (Benedetta Cimatti) e finisce in terapia con una dottoressa (Vanessa Scalera) in crisi coniugale con una chirurga (Anna Bellato); quest’ultima offre il suoi aiuto a una studentessa (Chiara Ferrara) appena scaricata dall’amante professore (Vinicio Marchioni) dopo l’annuncio della gravidanza della moglie giornalista (Isabella Ragonese) che ha appena chiuso un rapporto clandestino con un musicista (Corrado Fortuna) il cui figlio è nella classe della maestra. Ci siete? A far da collante, le parole poetiche di Ovidio (Francesco Colella).


Chiara Ferrara e Anna Bellato in Il Dio dell'amore
(Emanuele Scarpa)Mentre la forte presenza del narratore si dirada nel corso del film, le storie dei personaggi prendono via via più spazio, quasi come se Lagi e Audenino capissero che il vero ruolo di Ovidio non stia (solo) nella spiegazione di ciò che accade ma nei suoi interventi discreti nei momenti decisivi, che sia una spallata per indurre qualcuno a guardare altrove o un’apparizione per ricordarci che certi racconti non hanno bisogno di finali didascalici. Lagi volteggia con eleganza in una Roma più identificativa che turistica (fotografia di Edoardo Carlo Bolli), con misura e gentilezza: Trinità dei Monti, la Fontana di Trevi, la Galleria Borghese, perfino Piazza San Giovanni e il Pigneto non sono semplicemente cartoline da esportazione ma lo scenario autentico e non sempre accogliente (l’inverno ventoso, l’estate afosa, la fatica dei viaggi in autobus, i ritardi per il traffico, la periferia grigia) di una città piena di contraddizioni. Come in un Love Actually più sobrio, che fa un discorso analogo sulle facce di Londra.
Forse il ritmo non è sempre sostenuto, ma Il Dio dell’amore conferma la sensibilità di Lagi nel descrivere le relazioni tra anime fragili (Quasi Natale, un piccolo ritratto familiare, tenero e duro, da cui arrivano i sempre ottimi perché versatili Bellato e Colella); nell’esplorare le dinamiche romantiche senza cedere al sentimentalismo (l’interessante miniserie Un amore); nel declinare la narrazione su un registro musicale non invadente ma preciso nel renderlo quasi una danza, tant’è che a un certo punto Ferrara e Elia Nuzzolo sono così invaghiti – forse… – da ballare su un valzer che sentono solo loro (la colonna sonora è di Stefano Bollani, già autore delle musiche de Il pataffio).


Vinicio Marchioni e Isabella Ragonese in Il Dio dell'amore
(Emanuela Scarpa)Soprattutto, Lagi si dimostra un bravo direttore d’orchestra e valorizza tutti i membri di un cast davvero intonato e curato nelle scelte, tra chi si misura con sfumature insolite (Scalera e un volto che ricorda il crollo di una diga, Ragonese, Marchioni e Fortuna che hanno un finale di allegra commozione) e chi si conferma giustamente in ascesa (Cimatti, Borello, Ferrara, Nuzzolo), con una piccola nota per il cameo di Angelo Orlando, un attore che porta sempre in dote la tenerezza e la malinconia di chi resta sempre ai margini.

