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Lino Banfi
Lino Banfi conquista il Teatro Petruzzelli di Bari. Attore e comico tra i più popolari e amati del cinema e della televisione, l’indimenticato Nonno Libero della serie televisiva Un medico in famiglia è protagonista della giornata conclusiva del Bif&st 2026.
Insignito del il Premio Bif&st arte del cinema, è stato omaggiato con il film cult del 1982 Vieni avanti cretino di Luciano Salce e con i primi trenta minuti in anteprima di Lino d’Italia: storia di un itALIENO, documentario di Marco Spagnoli prodotto da Minerva Pictures.
Attraverso materiali d’archivio, testimonianze inedite e una messa in scena teatrale e surreale, il doc mette in luce la straordinaria parabola artistica e umana di Banfi, simbolo di un’Italia popolare, generosa e autoironica.
L’incontro è moderato da Steve Della Casa, e Banfi non si risparmia, passando in rassegna una carriera senza eguali: “Alcuni giornalisti scrivevano dei miei, dei nostro film ‘le solite ricottate, le solite panzanate, le solite guitte stupitate’, e ci eravamo stancati. Lui (Steve Della Casa, NdR) è stato uno di quelli che ha detto ‘Queste cose sono stupidate, guardatele bene!’. E poi hanno capito che sono dei cult movie alcuni di questi film”.
Tra gli applausi del Petruzzelli, Lino tira le fila: “Ho cominciato da bidello e ho finito a fare il preside”, spiegando la partecipazione in prima persona al doc di Spagnoli: “È il film della mia vita, gli ho detto, ‘fammi fare a me i ruoli di Lino Baffi, perché fare un altro li fa male e io dalla tomba che scalcio direi no, no, no’. C'è anche il ruolo di mio padre che ho fatto per un po', perché mio padre ha visto il mio successo, ma voleva vedere un po' di più, non ha fatto in tempo, sarebbe stato bello avesse visto un po' di più”.
Prosegue Banfi, “io sono uno che ha fatto sempre le cose con il garbo di chiedere, di chiedere scusa”, e il bilancio è lusinghiero: centro film, cinquecento fiction, “non mi ricordo quanti varietà, di cose ne ho fatte e non ho combinato guai. Arrivare all'età di novant'anni senza far danni, senza avere malanni, senza trucchi, senza inganni, non è facile. Vuol dire che ho portato una vita sana”.
Venendo all’eredità artistica, contempla l’ultimo film fatto con Pio e Amedeo, Oi vita mia, “che ha avuto un successo incredibile”, e Checco Zalone, che è un fenomeno a parte, nel senso che fa le cose mastodontiche, la gente lo va a vedere, fa incassare molto i produttori”, e rivendica: “Se io non avessi aperto un giorno questo piccolo vialetto che ha condotto piano piano a far capire che anche noi in Puglia, se vogliamo, siamo spiritosi, pur non avendo mai avuto alle spalle uno Scarpetta come i napoletani, o un Angelo Musco come i siciliani”.
“Nativo di Andria, cresciuto poi a Canosa per non fare un'immigrazione troppo lontana, come diceva mio padre”, Banfi viene richiesto di un consiglio ai giovani che vogliano diventare attori: “Se sei disposto a non mangiare, a piangere, a dormire nei vagoni, nei treni, fermi alla stazione di Milano, a farti operare di tonsille, senza averne bisogno, per stare al caldo nell'ospedale, se sei pronto a fare tutte queste cose, allora fallo”.
Tornando ai ruoli interpretati, segnatamente al salumiere gay in Dio li fa e poi li accoppia (1982) di Steno, al fianco di Johnny Dorelli, stigmatizza bonariamente “un gay esagerato, se lo facessi oggi mi sparerebbero per strada”, viceversa, guardando al futuro, promette si cimenterà in un podcast, anzi, “un podchest”.
Infine, incalzato da Della Casa su chi salverebbe tra l’Oronzo Canà de L’allenatore nel pallone e Nonno Libero, Lino Banfi non ha dubbi: “Nonno Libero, mi ha fatto abbracciare quattro generazioni”.
