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Igor Protti in una scena del documentario diretto da Luca Dal Canto
Chi ama il calcio – e chi in quegli anni ‘90 aveva già un’età per seguirlo – lo sa. Ci sono alcuni calciatori, attaccanti soprattutto, che se giocassero nella Serie A di oggi farebbero come minimo 30 gol a stagione.
La sfortuna che avevano all’epoca era quella di condividere il campionato con stelle (anche straniere) impensabili per gli standard di oggi. Tra queste leggende di un tempo che sembra ormai perduto c’è ad esempio lo “sgraziato”, il tatanka Dario Hubner, laureatosi capocannoniere in tutte e tre le serie professionistiche (A, B, C), primato che condivide con un altro strepitoso attaccante, Igor Protti, che a quel record (migliorandolo perché in C lo fece due volte) riuscì ad abbinare anche quello di vincere la classifica marcatori in Serie A (in coabitazione con Beppe Signori, 24 gol nel 95-96) con una squadra, il Bari, che in quella stessa stagione retrocesse in B. Un ossimoro incredibile, irripetibile.
E proprio lui, che dallo scorso giugno sta lottando contro il tumore al colon, è L’eroe romantico del calcio al centro del bel documentario di Luca Dal Canto (scritto con Alberto Battocchi e Anita Galvano), Fuori Concorso nella sezione A SUD al Bif&st – Bari International Film&Tv Festival e dal 30 marzo in tour nelle sale italiane: un viaggio che ripercorre le tappe di questo “bomber di provincia”, non un attore di contorno ma protagonista assoluto del “cinema di genere” calcistico, capace di trasformare il fango della Serie C e l’asfalto della massima serie in un unico, coerente piano sequenza.


Igor Protti e Sandro Tovalieri
Il presente lo vede ritornare in quelle piazze che lo hanno amato – nel 2007 il Comune di Livorno lo ha insignito della cittadinanza onoraria, il giorno seguente ha ricevuto anche quella della città di Bari – e la cosa più commovente (oltre agli interventi dei vari ex compagni di squadra, dai leggendari Lucarelli al Livorno e Tovalieri al Bari, passando per Chiellini, Galante e Signori, o di altri addetti ai lavori come gli allenatori Eugenio Fascetti e Walter Mazzarri) è nell’incontro con la parte più importante della sua storia, ovvero gli ultras che allora lo identificavano come bandiera (naturalmente a Bari, ma soprattutto a Livorno) e che oggi lo ricordano con un affetto che travalica le semplici traiettorie del tifo.
Riminese, classe 1967, esordisce proprio nel Rimini, giovanissimo sedicenne, in serie C1. Da lì il passaggio al Livorno (in prestito dal Milan), dove rimane dal 1985 all’88, una breve parentesi alla Virescit di Bergamo (unica città della sua carriera, insieme alla Reggiana, senza il mare…) per poi approdare al Messina (89-92, con relativo esordio in Serie B), dove viene subito accolto con grande entusiasmo, ereditando in un certo senso l’amore per il beniamino Totò Schillaci. I suoi gol non salvano però la squadra dalla retrocessione in C, lui sarebbe anche disposto a restare ma la cessione si fa inevitabile per scongiurare il fallimento della società.
Inizia così l’avventura a Bari, due stagioni in B (e grave infortunio al ginocchio), poi la promozione e l’esordio in Serie A: il primo anno non da titolare fisso, il secondo – la stagione 95-96 – sarà quella dello storico titolo da capocannoniere, in coabitazione con Signori della Lazio, 24 gol che come detto non saranno sufficienti per evitare al Bari la retrocessione: un capolavoro paradossale e struggente, quando la bellezza del gesto tecnico (con annesso trenino gattonato che passò alla storia) stride con la crudeltà del risultato. Ed ironia della sorte, con lo stesso Signori dovrà incassare anche la delusione della mancata convocazione di Sacchi agli Europei. In quell’estate passerà comunque proprio alla Lazio capitanata da Signori e allenata da Zeman, poi esonerato e sostituito da Dino Zoff: stagione in chiaroscuro (solamente 7 gol spesso da subentrato, il più importante quello che valse il pari allo scadere nel derby), poi il prestito al Napoli, dove con umiltà più che doverosa vestì la 10 (poi ritirata nel 2000) che fu di un certo Maradona. Anche qui però fatica a trovare la giusta luce sotto i riflettori del grande teatro: è la stagione più disastrosa della storia del Napoli nella massima serie, con soli 14 punti realizzati e l’inevitabile retrocessione.
Il breve ritorno alla Lazio, poi in ottobre il passaggio alla Reggiana (in B, e anche qui una clamorosa retrocessione a fine stagione), la carriera di Protti – 32enne – sembra indirizzarsi verso un anonimo epilogo. Sembrava che il destino avesse scritto per lui un finale crepuscolare, una lenta dissolvenza verso il dimenticatoio.
Ma è qui che interviene il colpo di scena, il turning point che cambia la sceneggiatura, quella vecchia promessa da onorare, fatta al Livorno e ai suoi tifosi. Non un semplice remake, ma una rinascita.


E la favola ancora da scrivere è di quelle che passeranno alla storia: il secondo anno vince la classifica marcatori di C1, la promozione sfuma però in finale play-off col Como. Ma l’anno seguente (2001-2002), nuovamente capocannoniere con 27 gol, porta il Livorno in B trentun anni dopo. Il sogno, in fondo, poteva anche concludersi così, ma non era abbastanza: nuovamente capocannoniere al primo colpo in B, Protti annuncia l’addio al calcio.
A furor di popolo è costretto a tornare sui suoi passi. Mai ripensamento fu più premiato: la successiva è la stagione della liaison calcistica con Cristiano Lucarelli (29 gol lui, 24 Protti), con il quale forma una coppia spregiudicata, romantica, visceralmente legata a una maglia che è pelle e bandiera. Una stagione storica, che vede il Livorno riaffacciarsi in Serie A ben 51 anni dopo l’ultima volta.
Il documentario riaccompagna questo (anti)eroe tragico e romantico – ancora in piedi, lì, con quegli occhi che ora scrutano il mare e che allora scrutavano l’orizzonte dell’area di rigore come fosse il confine di una frontiera mai doma – lungo il sentiero di una storia che merita di essere raccontata non solo a noi nostalgici, ma anche alle generazioni più giovani.
