PHOTO
Black Ox
Nella tradizione del Buddismo Zen, le Icone del bue costituiscono una serie di immagini (normalmente dieci, in alcune versioni solo cinque, sei o otto), molto popolari nel Giappone medievale, accompagnate da brevi versi che hanno lo scopo di illustrare le tappe del cammino verso l’illuminazione di un buddista Mahāyāna.
Questo repertorio è alla base di Black Ox, opera prima del Tsuta Tetsuichiro in Concorso a Torino 43, che esplora la trasformazione sociale della Restaurazione Meiji nel Giappone del XXI secolo - con tutto ciò che comporta il processo di occidentalizzazione sul piano spirituale - attraverso la storia di un contadino e del suo bue.
Incorniciato da due sequenze a colori a forte voltaggio allegorico, quella iniziale con un incendio minaccioso che rappresenta una forma di resistenza e quella finale dominata dall’acqua e da un’immagine terrificante (il peggior simulacro del Novecento, per intenderci), Black Ox sceglie un suggestivo bianco e nero e il formato 4:3 (fotografia di Aoki Yutaka in 70 mm, in 35 mm per i frammenti a colori) per inquadrare il movimento di un uomo che incarna il Giappone più profondo senza voce in capitolo nei grandi processi collettivi.


Black Ox
E che rivendica, con la naturalezza di chi rifiuta le sovrastrutture e cerca un dialogo con l’altrove, il risveglio spirituale di un popolo in cammino verso una nuova dimensione, approdando a un finale che mette in campo la possibilità dell’estinzione non come apocalisse ma in quanto rinascita, in un perpetuo e continuo ciclo esistenziale che dalla terra si proietta al cielo, dal fuoco all’acqua, dal visibile all’invisibile.
Esempio un po’ scolastico di cinema contemplativo, quello di Tsuta Tetsuichiro, che cerca per due ore una sintesi e un equilibrio tra un contenuto non sempre accessibile (la conoscenza delle Icone aiuta la comprensione del testo) e una forma tendente al formalismo quasi estetizzante, con più di un occhio a I racconti della luna pallida d’agosto di Kenji Mizoguchi (ma con meno fluidità) e un percorso sulle tracce di Béla Tarr, Andrej Tarkovskij e Apichatpong Weerasethakul (ma anche a un film come Godland di Hlynur Pálmason, con cui condivide la ricerca sulla consistenza delle immagini).
La lentezza è negli intenti (a curarlo è lo stesso regista), il lavoro sul suono da manuale (Chou Cheng, Matsuno Izumi, Iwama Tsubasa, Omachi Hibiki), l’ultima composizione del compianto Sakamoto Ryuichi impreziosisce i titoli di coda. Generosa e intensa la prova di Lee Kang-sheng, icona del cinema di Tsai Ming-liang e visto in Stranger Eyes, in gran duetto con il bue Fukuyo.
