Holy Motors

Riportare lo sguardo alla bellezza del "gesto cinematografico", dove l'azione è sacra. Il fragoroso ritorno di Leos Carax, in Concorso

23 Maggio 2012
5/5
Holy Motors
Holy Motors

Le sperimentazioni di Marey e Demeny (Homme nu, tirant sur une corde del 1892). Stacco. Pubblico in una sala buia. Rumori dallo schermo. Stacco. Una camera da letto: un uomo si sveglia, si alza, incomincia ad osservare il “mondo” intorno a sé, a tastare le pareti. Una porta sconosciuta, nascosta nel muro: l’uomo la oltrepassa e il corridoio lo conduce nella galleria di un cinema. Dall’alto, può osservare la platea, formata da spettatori immobili, con gli occhi chiusi. Un bambino corre in sala, poi un gigantesco molosso attraversa il passaggio.
Stacco.
Leos Carax (l’uomo del prologo, ispirato ad un racconto di Hoffmann) torna a dirigere un lungometraggio (a parte la parentesi del 2008 con l’episodio realizzato per Tokyo!) a tredici anni di distanza dallo sfortunato Pola X. E’ un ritorno che porta indietro lo sguardo alla magia delle origini, del “gesto cinematografico” e che riflette – come da titolo – sulla “sacralità” dei “motori”, dell’azione: Holy Motors è un’opera in questo senso debordante, apparentemente folle, guidata invece da una lucidità spaventosa. E’ un film, questo di Carax, che risponde alla prima urgenza del cinema, ovvero porsi delle domande e contribuire in maniera significativa a far sì che il processo coinvolga anche lo spettatore. Non a caso “immortalato” in quel prologo come fosse cosa morta, addormentata. Holy Motors prova a rianimarlo, a scuoterne la capacità di osservazione e analisi: Denis Lavant – teatrante, circense, attore già diretto da Carax in Boy Meets Girl e Gli amanti del Pont-Neuf – è Monsieur Oscar. Importante banchiere, poi povera mendicante, poi attore su un set in motion capture, di seguito Monsieur Merde (stesso personaggio già visto in Tokyo!, qui alle prese con una modella-statua interpretata da Eva Mendes), padre di un’adolescente, suonatore di fisarmonica, killer e allo stesso tempo vittima di se stesso, anziano morente e, infine, marito e padre che fa ritorno nella propria (?) casa. Ogni “appuntamento” viene raggiunto a bordo di un’imponente limousine, guidata dalla fedele Céline (Edith Scob), camerino mobile in cui Lavant trasforma di volta in volta se stesso.
Alle prime suggestivo e spiazzante (la sequenza della danza e dell’amplesso simulato in “motion capture” è indimenticabile), ironico e volutamente inaccessibile, il film svela a poco a poco se stesso: Lavant continua a prodursi in questa esistenza per la “bellezza del gesto”, attore di molteplici vite a loro volta recitate. La domanda che pone il protagonista al misterioso “committente” (Michel Piccoli) è legittima: “Dov’è la macchina da presa?”. E quanto rimane, in ciascuno di noi, per dedicare del tempo al vero? Magari 30 minuti, gli stessi che gli concede una malinconica Kylie Minogue negli storici magazzini La Samaritaine di Parigi, dismessi per essere trasformati in un lussuoso hotel.
Un’opera debordante, che ragiona anche sugli eccessi e la finzione dei nostri tempi: per farlo, Carax ci sorprende ancora una volta, spostando definitivamente il centro dell’attenzione sull’assoluto protagonista del film, la limousine. Prima la fa scontrare ad un incrocio con un modello omologo, poi – a fine giornata – la conduce al garage per Holy Motors: macchine fuori dal tempo, simili – come sostiene lo stesso regista – ai vecchi giocattoli “futuristi” del passato, simbolo della fine di un’era.

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