Gli Sfiorati

Da Veronesi a Matteo Rovere: tra dramma e commedia, si sfiora la quadratura del film. Formidabile Andrea Bosca

29 Febbraio 2012
3/5
Gli Sfiorati
Gli Sfiorati

E pur si muove! Questo sono gli Sfiorati: intensi ma mutevoli, totalizzanti ma effimeri, multipli in un batter di ciglia. Li ha scoperti 22 anni fa Sandro Veronesi, li riscopre oggi – su input di Procacci e Laura Paolucci – Matteo Rovere. Un padre, due mogli e due figli: lui grafologo, lei adolescente. Si trovano per caso, si incontrano per necessità. Méte (Andrea Bosca) sopravvive alla madre che non c’è più, il padre che c’è di nuovo e la sorellastra Belinda (Miriam Giovanelli): sexy, tascabile, pantofolaia.
Méte sente una pulsione, la contrasta: va a letto con una pierre (Asia Argento) di cristallo, si dibatte tra due amici, uno scavezzacollo (Michele Riondino), l’altro collega e separato (Claudio Santamaria). Tutt’intorno, Roma: già osservata dallo sguardo” straniero” di Veronesi, ora scrutata e postdatata da Rovere con Piccolo e Paolucci. Non è uno sfondo, ma un personaggio, un’altra sfiorata. Pulsante, caleidoscopica, e comunque immota: la vivi, ti vive, ma non ti aiuta. Vicendevolmente, vale per Méte con Belinda: i tre puntini di sospensione diventano un punto fermo, che però non ferma nulla.
E’ successo qualcosa, ma non è la Più bella cosa di Ramazzotti (urlata dalla famigliola nel finale), sebbene “non c’è cosa più divina che … la cugina”, figuriamoci, la sorellastra. Se ne farebbe a meno di questa consumazione: non dà alla testa del film, ma non aggiunge nulla. Il focus non è sull’atto, ma sulla potenza, soprattutto, sull’impotenza: la Roma da bere che tra disco e vernissage non disseta, la grafologia che non rivela, gli anelli – matrimonio, amicizia, fratellanza – che non tengono.
Rovere fotografa, circoscrive, tallona e ingaggia: un po’ è uno sfiorato pure lui, sa girare, ma fatica a tenere il punto drammaturgico, la crasi (dramedy) di dramma e commedia. Qualcosa gli sfugge, ma non è la direzione d’attori: bravi Santamaria, Riondino, la Argento e Massimo Popolizio (il padre), funzionale – in sedicesimi, la Bardot per Godard… – la Giovanelli, formidabile Bosca, che incarna il movimento da fermo, l’impasse generazionale. Rovere tocca, lambisce: non è più Un gioco da ragazze, non è ancora tempo per quello da autori. Ma è giovane, e sfioriamo la certezza: si farà.

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