Gli indifferenti

Moravia, oggi. Resta l'intreccio, cambia il décor: a mancare è lo spessore, in questo film soffocato dalla carta da parati. Dal 24 novembre sulle principali piattaforme digitali

20 Novembre 2020
2/5
Gli indifferenti
Valeria Bruni Tedeschi - ph. Angelo Turetta

Da che parte prendere questo revival de Gli indifferenti (dal 24 novembre su Sky Primafila, Apple Tv, Google Play, Chili, Rakuten, TimVision, Infinity, Miocinema, #iorestoinSALA, CG Digital, The Film Club)? L’operazione, tutto sommato, era intrigante. A partire dalla fonte: è curioso che l’opera di Alberto Moravia – l’autore forse più saccheggiato dal cinema italiano per oltre trent’anni, spesso con esiti felici: Il conformista, La provinciale, Il disprezzo, La romana… – non interessi più gli autori contemporanei ed è insolito, dunque, vedere come un giovane regista (il quarantenne Leonardo Guerra Seràgnoli, al terzo film) abbia voluto attualizzare il folgorante esordio dello scrittore, già adattato in passato da Citto Maselli e Mauro Bolognini. Alla luce delle due precedenti trasposizioni, questo romanzo si rivela ancora una volta qualcosa di inafferrabile e difficile da tradurre in immagini.

L’intenzione è chiara: portarlo all’oggi per sottolineare quanto le meschinità, le ipocrisie, le miserie umane del ceto borghese siano eterne, a maggior ragione nel perimetro di una Roma immutabile nei secoli, attraversata dalle scosse costanti di un terremoto. Che siamo nei giorni nostri lo capiamo dai cellulari, dai visori per la realtà virtuale, dai videogiochi, dalle operazioni finanziarie: feticci o ossessioni dei ricchi o di coloro che per ricchi si ostinano a presentarsi. Per il resto, arredi e costumi (tendenti più al “classico” che all’attuale) non aiutano a dare coordinate temporali: si vede anche la piscina del Foro Italico, a evocare la coltre del Ventennio fascista già nel romanzo. Anche i rituali sono anacronistici, in un contesto in cui dopo cena si offre un “digestivo” agli ospiti.

Edoardo Pesce, Valeria Bruni Tedeschi e Vincenzo Crea – ph. Angelo Turetta

Resta il quintetto di personaggi, resta l’intreccio. Nonostante non abbiano più soldi, la vedova Mariagrazia Ardengo e i suoi due figli, lo smarrito Michele e la streamer Carla, vivono al di sopra delle loro possibilità grazie agli ingenti prestiti di Leo Merumeci, manager e amante della signora che tiene in scacco la famiglia. Amante di Lisa, sfiorita amica di Mariagrazia e già legata a Leo, Michele intuisce che il vero interesse del corpo estraneo (un arricchito arrampicatore) è l’attico degli Ardengo (ricchi e decaduti). Come far capire alla madre che si è messa in casa un uomo spregevole, peraltro interessato sessualmente alla neodiciottenne Carla?

Non è difficile ridurre l’intreccio a una soap opera di lusso e, fatalmente, in questo nuovo Indifferenti mancano proprio tutti quegli elementi che fanno del romanzo di Moravia la cartina di tornasole della borghesia italiana, ieri come oggi e così anche domani. Sulla superficie di un film che sembra soffocato dalla carta da parati, Guerra Seràgnoli – che non è Luca Guadagnino – delega quasi tutto all’estro del direttore della fotografia Gianfilippo Corticelli: ne viene fuori una decorativa fantasia borghese che passa dal rosso scarlatto della sala da pranzo alle sfumature del verde che avvolgono il salotto passando per il bianco del “circolo più importante di Roma” fino alle luci acide della scena in discoteca.

Un film in cui tutti, prima o poi, ballano, vuoi per innescare azioni seduttive vuoi per motivi terapeutici, eppure privo di una musica interiore, un ritmo su cui modulare le risonanze di una narrazione che ha la sua forza nella progressiva tensione destinata all’implosione. Sono eleganti e ridicoli, apatici e infelici, questi Indifferenti, ma nel loro rivelarsi mancano la gravitas e lo scandalo. Figurine senza spessore, scontornate dalla tragedia e ridotte a gesti che rivendicano idee di mondo (attenzione a come il rozzo arricchito Edoardo Pesce e l’ex ricco di nascita Vincenzo Crea sorseggiano lo champagne dalle coppe di cristallo), segnate da recitazioni più stonate che stilizzate.

Giovanna Mezzogiorno e Vincenzo Crea – ph. Angelo Turetta

Ecco, la recitazione. Per capire che cos’è questo film conviene osservare bene l’interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi. Da qualche anno l’attrice si concede felicemente alla commedia, sfruttando al meglio la sua componente lunare e giocando con intelligenza con le contraddizioni insite alla sua estrazione borghese. Nel ruolo di Mariagrazia, Bruni Tedeschi non si contiene: sa di esserne l’unica interprete possibile ma deve fare i conti con un regista che si affida completamente al typecasting.

Nessuna come lei sa dire certe battute con pesantissima leggerezza (“Andare ad abitare in un appartamento più piccolo sarebbe stato più deprimente, anche sbagliato”, “Vorrei che lui amasse solo me. E vorrei non diventare povera. Se divento povera, nessuno mi vuole più”), ma sembra mancarle qualcuno capace di addomesticarne l’isteria e i momenti più borderline (il ballo, l’irruzione in casa di Leo, quando in salotto obbliga Leo a toccarla). Alla fine, quando la vediamo travestita per la festa in maschera insieme a Giovanna Mezzogiorno (quanto dolore nelle ultime prove di quest’attrice in evoluzione), l’illuminazione: vergognandosi di essere una commedia all’italiana, Gli indifferenti finisce per rivelarsi come una soap opera sul limite del grottesco involontario. Che a suo modo è una chiave di lettura del testo.

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