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Carlotta Gamba in Giorni felici © 2026 Vivo film, Tarantula
Da sempre legato al realismo per vocazione ma anche per mancanza di coraggio, il cinema italiano ha un enorme problema con il registro fantastico, nonostante – o forse proprio per questo – il suo regista più importante e influente sostenesse che l’unico vero realista è il visionario. Sicché non si può che essere ben disposti di fronte a Giorni felici di Susanna Nicchiarelli, presentato nel concorso Progressive Cinema della XXI Festa di Roma. Un film che conferma l’attitudine eccentrica e l’affrancamento dalle etichette dell’autrice (al quinto lungometraggio in sedici anni), nonché un’audacia che sconfina nell’incoscienza e il desiderio di sfidare le aspettative di chi la vuole più rigida, schematica, diciamo pure borghese.
All’origine c’è la fluviale e magmatica graphic novel di Zuzu (classe 1996), anche collaboratrice alla sceneggiatura con Nicchiarelli, autrice di un’altra generazione ma che condivide una sensibilità punk con la fumettista. Un adattamento che si edifica sull’azzardo di dare una nuova forma estetica a un testo che ha già un carattere fortemente identitario. Non solo perché quel racconto di formazione sentimentale sceglie un genere molto personale come l’autofiction per inquadrare l’evidenza di non poter essere come tutti, ma anche – anzi: soprattutto – per come è definito visivamente e dunque concettualmente dal tratto infantile e nervoso e dalle tonalità accese e contrastanti. Una vita disegnata male, per citare uno dei riferimenti della fumettista, altro artista che ha tentato (in proprio) la strada del cinema alla ricerca di una forma espressiva complementare a quella principale.


Giorni felici © 2026 Vivo film, Tarantula
In questo senso, Nicchiarelli sa perfettamente che le forme del cinema italiano più comune non s’attagliano granché alla consapevole naïveté di Zuzu, non fosse altro per un deficit di credibilità e un eccesso di timidezza nella costruzione di universi in bilico tra reale e immaginifico. Come rappresentare ciò che funziona sulla carta ovvero la trasformazione della protagonista Claudia (tour de force di Carlotta Gamba) che, quando le emozioni prendono il sopravvento, si tramuta in una strana creatura, con ali bianche, zanne e zampe?
Nicchiarelli ci riesce mantenendo il disagio della metamorfosi, il dramma del riconoscimento e l’indifferenza di chi le sta attorno, slittando dal fantastico all’onirico, usando un elemento evidente e volutamente posticcio per plasmare un malessere psicologico. Che Claudia deve accettare per quel che è, giacché il tema di Giorni felici è proprio l’accettazione di sé e di un’identità da accogliere nonostante la sua divergenza rispetto alla norma. Una tensione da sempre presente nei film della regista, che qui recupera la stravaganza di Cosmonauta, continua a raccontare un percorso di crescita fuori dai conforti come Fuochi d’artificio e, in qualche modo, aggiorna il discorso sulla radicalità del desiderio che riguardava tutte le donne della sua trilogia involontaria (Nico, 1988, Miss Marx, Chiara).


Carlotta Gamba e Riccardo Scamarcio in Giorni felici - foto di Emanuela Scarpa © 2026 Vivo film, Tarantula
Il prologo è cruciale, con l’epifania mestruale vista mare, così come l’evocazione teatrale del titolo, resa però in un modo fin troppo didascalico. I giorni felici, infatti, citano esplicitamente quelli dell’opera di Samuel Beckett, monologo di una donna intrappolata in un cumulo di terra e meccanismo per sbrandellare lo schema del dramma borghese come riverbero della misera condizione umana. Dall’iniziale estate rivelatoria si passa a quella altrettanto importante in cui Claudia rientra nella torrida Roma agostana per sostenere un provino, lasciando sui monti il suo attuale fidanzato amante dell’ornitologia. Alla stazione, un po’ per caso e un po’ per sfiga, ritrova Giorgio (Riccardo Scamarcio), il suo primo amore, un uomo più grande di lei con cui ha vissuto una relazione tossica, che rivive nei ricordi in bianco e nero.
Battezzato dalla splendida Col tuo nome di Tutti Fenomeni (dall’album Lunedì, prodotto da Giorgio Poi che al fumetto dedicò una canzone), Giorni felici si immerge senza salvagente in un character study che vuole abbracciare tante cose senza perdere la compattezza (meno di un’ora e mezza), si lancia in un volo spericolato sul precipizio emotivo di una trasfigurazione zoologica, si confronta con la struttura del fumetto cercando una forma semplice e diretta, lineare ma evocativa (montaggio di Stefano Cravero). Forse non ha del tutto il coraggio di incaricarsi fino in fondo dello spirito surreale e ribelle di questa prospettiva weird e alla fine sembra più slabbrato che spericolato, e però è difficile non ammirare un’autrice che non teme di schiantarsi e di urlare, come la sua protagonista, l’evidenza di non poter essere come tutti.



