Isola, e che isola, in Cile, ci vive Silvia (Manuela Oyarzun), che raccoglie alghe, con il marito. Un giorno sceglie di tenere con sé un cucciolo: la cagnetta la chiama Yuri, e ne farà una sorta di figlia. Il giorno di Capodanno, però, scompare: cercandola ovunque, Silvia finisce in una grotta vicino a casa, da cui emerge un ricordo d’infanzia, la misteriosa scomparsa del figlio di amici di famiglia (altoborghese), Nicolas, la cui stanza è rimasta così com’era. Quando Yuri ritorna, ferita e incinta, è solo l’inizio di un dai e vai, meglio, vai e dai che costringerà Silvia a fare i conti con il passato che non passa.

In carnet Limpia (2025), Mar (2014) e l’acclamato Tarde para morir joven (2018), la cilena classe 1981 Dominga Sotomayor porta alla Quinzaine des Cinéastes l’opera quinta La perra, ispirata al romanzo omonimo della colombiana Pilar Quintana e scritta a quattro mani con l’autrice uruguagia Inés Bortagaray.

Visivamente fascinoso, complice la bellezza del contesto e la validante fotografia dell’italiano Simone D’Arcangelo (Testa o croce?), il film aderisce con pressante e perfino annichilente sensibilità a Silvia, amplificando la soggettività dell’istanza, che non è solo narrativa bensì desiderante e totalizzante: in breve, non è cinofilia, bensì quello per Yuri l’amore tout court di una donna.

E, tra la conferma del bisogno e la declinazione della maternità, ecco affacciarsi la memoria, cui tutto concorre poeticamente: il paesaggio così geografico da divenire emotivo, il trauma così dissepolto e ineluttabile.

Sotomayor riesce però a non costringere mai il cinema a questa impellenza sentimentale, a questa potenza valoriale (cura, maternità, colpa), e nel sottrarre anziché amplificare trova manifestazione videoartistica: la bella immagine, insomma, vive e lotta con noi, con misura e perfino compunzione.

L’iperbole c’è, certo, anche il finale dichiaratamente sinestetico corrobora, ma nella struttura in tre atti, nel recalcitrare di Yuri al ruolo del buon animale, nell’approssimarsi di Silvia a quel che va fatto, nella vita che tutto può e nulla concede La perra echeggia allegorie sopite, echi bressoniani, rimanendo al contempo marecieloterra in purezza, assecondato allo spostamento della vicenda dall’Amazzonia all’isola cilena.

Accorto nelle relazioni tra i personaggi e gli stati d’animo, gli eventi e la memoria, La perra conserva la possibilità, canina e isolana, di un altrove che diventa anche cinematografico. Niente male davvero.