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Due produttrici ricevono l’incarico di realizzare un breve documentario per una mostra dedicata a Rubén Santantonín, figura dell’avanguardia argentina scomparsa in giovane età alla fine degli anni Sessanta.
Più un documentario, El Fantasma è un omaggio curioso a Santantonín, Evento speciale delle Giornate degli Autori. Per procedere con il progetto, il committente impone una condizione inaspettata: il video deve essere realizzato insieme a David Lamelas, ex collaboratore di Santantonín e oggi figura del concettualismo di fama internazionale. All’;inizio il piano appare chiaro e circoscritto: Lamelas, accompagnato da una giovane troupe cinematografica, raccoglie materiali di archivio, documenta le poche opere superstiti e intervista curatori e grandi artisti. Rubén Santantonín è stato un artista particolare.
Creava le cosiddette “cose”, oggetti realizzati con materiali poveri o di scarto che proponevano un rapporto fisico e partecipativo con lo spettatore. Sosteneva un’arte al di fuori del mercato e, alla fine, bruciò gran parte della sua stessa produzione, un gesto che contribuì a plasmarne il mito. Pensava che le opere non dovessero stare in un Museo.
David Lamelas invece divenne il più giovane argentino di sempre a rappresentare il proprio Paese alla Biennale di Venezia con “Office of Information about the Vietnam War on Three Levels: The Visual Image, Text, and Audio of Information about the Vietnam War on Three Levels: The Visual Image, Text, and Audio”, installazione dotata di una macchina telex che trasmetteva notizie sul conflitto in Vietnam.
Mentre le produttrici insistono per mantenere il progetto in linea con le esigenze della mostra, Lamelas si rende conto gradualmente che ricostruire la storia del suo amico significa anche confrontarsi con una serie di vuoti e contraddizioni. Invece di concludere le riprese, inizia a girare in modo più insolito e sperimentale, raccoglie materiali per ricostruire nuove opere d’arte e organizza persino un casting per trovare attori che interpretino lui e Santantonín. Fa e disfa il film continuamente.
Ne viene fuori un’opera un po’ sbilanciata ma sicuramente vitale, che porta avanti una sua prospettiva sul senso dell’arte e la memoria, perché la domanda finale è: se un artista sceglie di cancellare le proprie tracce, che cosa significa oggi cercare di ricostruirle? È un tentativo di svelare una storia dimenticata o, inevitabilmente, di inventarne una?



