C’è una nuova e vivacissima generazione di registi nigeriani che sta conquistando un proprio spazio nel panorama dei festival internazionali. Dopo l’importante riscontro di My Father’s Shadow di Akinola Davies Jr., questa stagione ha visto protagonisti Clarissa di Chuko e Arie Esiri e Dear Ajayi di Damilola Orimogunje, presentato in concorso alle Giornate degli Autori.

Proprio come nel film di Davies, questi autori tornano a esplorare il passato della Nigeria e, nel caso specifico di Dear Ajayi, si immergono negli anni Novanta: uno snodo fondamentale e drammatico per la storia contemporanea del Paese africano. In Dear Ajayi questa indagine ci consegna un’opera matura, che rivela un regista capace di maneggiare con grande intelligenza i linguaggi e i codici di genere, in questo caso le strutture del melodramma, calandoli in un contesto storico ben preciso per far emergere, in tutta la loro evidenza, le profonde tensioni e le fratture sociali del periodo.

Con apparente semplicità, Dear Ajayi mette in scena un frammento di vita di due sorelle caratterialmente e idealmente opposte: da un lato una donna devota, sposata e con un lavoro stabile, che sostiene l’intero nucleo familiare; dall’altro Titi, uno spirito libero che sogna di sfondare nel mondo della musica. Entrambe, tuttavia, si troveranno a dover fare i conti con una violenza patriarcale sistemica e radicata nei rapporti sociali, che il film svela senza sconti proprio attraverso la grammatica emotiva del melò.

Al contempo, l’opera non si risolve in un mero atto d’accusa: Dear Ajayi sa regalare autentici sprazzi di vitalità, istanti di pura bellezza e un’accorata celebrazione dell’arte come anelito a un futuro migliore. È un film pervaso di musica, coloratissimo e attraversato da una travolgente fame di futuro, radicata nel desiderio profondo delle protagoniste di affermarsi e trovare il proprio posto nel mondo.

Soffermandosi sulle pieghe del quotidiano, Orimogunje dimostra una consapevolezza formale notevole, esplorando con sensibilità lo spazio scenico e l’occupazione fisica dei corpi in campo. Pur mostrando qualche evitabile calo di tensione nella tenuta narrativa, in particolare in alcuni dialoghi, il film evidenzia una visione autoriale così nitida e personale da lasciar presagire per Orimogunje un futuro importante nel cinema internazionale.