Colpo di fulmine

Carrey si "divora" il mago della truffa, in un film derivativo e arraffone. Indeciso tra commedia, prison-movie e melò

31 Marzo 2010
2/5
Colpo di fulmine
Colpo di fulmine

La figura del bugiardo patentato, brillante e truffatore, capace di muoversi con disinvoltura tra i gangli del sistema per fregarlo, non è certo una novità nel cinema americano. Negli ultimi anni abbiamo avuto autorevoli esempi in Scott (Il genio della truffa), Spielberg (Prova a prendermi) e Soderbergh (The Informant!).
Così manca un pò di sorpesa a questa variazione sul tema realizzata dall’accoppiata John Requa e Glenn Ficarra (già sceneggiatori dell’acidissimo Babbo bastardo di Terry Zwigoff): il loro Colpo di fulmine – presentato prima al Sundance, poi a Cannes (Quinzaine), col titolo I Love You Phillip Morris – arriva troppo tardi, e con meno originalità e compattezza dei suoi predecessori.
Si dirà, questo è un film “diverso”, vuoi per l’omosessualità dichiarata del protagonista, vuoi perché la stessa diventa un dettaglio non banale nell’economia dell’opera, tanto che i toni e i caratteri tipici della commedia gay – cliché inclusi – finiscono per contare più del gioco al rimpiattino di un insospettabile truffatore. Quest’ultimo, invece di sottrarsi (allo spettatore prima ancora che ai truffati) come ci si aspetterebbe, si radicalizza, esibendo un corpo-testo iperbolico, punteggiato di tic, smorfie e mimica che non appartengono a lui ma al suo attore: insomma Carrey-personaggio divora il personaggio-di-Carrey, nascondendolo dietro la propria maschera. Allo stesso modo in cui lo Steven Russell del film (e forse della vita, chi sa: “basato su una storia vera”) si adegua al sistema che deruba adattandolo a sè.
In questa girandola di specchi, camaleonti e sospetti – che non rinuncia comunque alla stoccata triviale quando deve strappare una risata (vedi nuvole falliche) – a rischiare di perdersi è il pubblico, che cerca Russell e impatta su Carrey, segue la pista delle truffe e finisce in una parentesi di commedia amorosa; disorientato da un equivoco narrativo che prova ogni genere (dal melò alla commedia, dal prison-movie al drammone ospedaliero) sabotandoli tutti; messo a disagio pure dalla parodia “omo” di Ewan McGregor, ovviamente involontaria e imbarazzata. Non sarà un disastro, ma trascurabile quantomeno. Compreso il colpo di scena finale, troppo ridondante e forzato. Un effetto di rinculo dopo tanto sparare a salve.

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