La letteratura cinematografica da sempre pullula di storie su tentativi diversi per tornare sulla terra, sconfiggere la morte: reincarnazioni bramate, paradisi che possono attendere, seconde possibilità. Ribalta completamente questa spinta a rivivere le passioni terrene, Chiet Chea Manusa (Becoming Human), opera prima del regista cambogiano Polen Ly, presentato nella sezione Biennale College della 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, poiché i suoi protagonisti ne hanno avuto abbastanza delle sofferenze della vita.

Attinge al folklore, al mondo spirituale cambogiano e al ghost movie, Ly, per raccontare un’amicizia insolita tra lo spirito guardiano di un vecchio cinema in procinto di essere abbattuto e un giovane giornalista.

Con macchina fotografica a tracolla, Hai (Piseth Chhun) entra in un cinema abbandonato. Sul palco trova un piccolo altare simile ad una casetta votiva in disuso e per devozione o per rispetto della credenza, molto radicata nelle pratiche religiose e superstizioni, che il mondo sia popolato di presenze, lo riabilita bruciando dell’incenso. È così che Thida (Savorn Serak), dalle sembianze di una giovane donna dai lunghi capelli ondulati e una camicetta rosa, gli diventa visibile. 

Si incontrano quando Thida è alle battute finali del suo “mandato” da guardiana del cinema e vista la crisi della sala, che coinvolge anche, nel suo piccolo, l'industria cinematografica cambogiana, risuona particolarmente crudo il commento dell’incaricato a riassegnare gli spiriti: “credi veramente che questo cinema possa durare altre due settimane?”. 

La concretezza con cui i due si muovono nello spazio e lo abitano, la stessa con cui le faccende dell’aldilà sono gestite, come in una rodata ma locale burocrazia glocal, accorcia le distanze del pubblico con una realtà che non conosce ma che diventa immediatamente leggibile, comprensibile anche nei racconti del passato dei due.

Semplice, commovente, diretta, la descrizione che Thida fa del modo in cui è morta, fisicamente cancellata in un secondo, vittima del genocidio cambogiano. Se fosse viva, avrebbe 50 anni mentre lui, Hai, ha tutta la vita davanti, appartiene ad una generazione diversa.

Entrambi, teoricamente, hanno un futuro: lei potrebbe finalmente reincarnarsi, dimenticando chi è stata. Lui potrebbe invece trovare il coraggio di spiccare il volo e liberarsi dall'eredità pesante di un’infanzia da orfano e una casa, una pagoda, che cadrà presto a pezzi. Sono amici perché condividono la paura di tornare o continuare ad essere poveri, soffrire, perdere le persone amate o non poter amare. "Rinascere è come giocare alla lotteria” sottolinea Thida, spaventata da una ipotetica seconda vita di stenti.

Attorno a loro, nei luoghi che Hai trova il modo di far visitare a Thida, convivono umani e spiriti come lei, alcuni bloccati sulla Terra, fantasmi erranti, a cui è stato sottratto il posto da tutelare, per lasciare spazio a “centri commerciali e le case dei ricchi”. 

Figlio di una famiglia che quelle morti assurde che racconta Thida le ha viste in faccia, Polen Ly usa il suo Chiet Chea Manusa come gesto di speranza nella possibilità di superarle quelle fragilità che uniscono i due “giovani” e che si possa trovare il coraggio di bere la pozione magica per dimenticare la vita passata ed imbarcarsi verso una nuova, indipendentemente dalla destinazione.