Tornata la guerra, è la tornata anche la narrazione del fronte interiore. Vitaly, ventiduenne ucraino emigrato a Monaco nel 2021, ha costruito la propria nuova vita proprio sull’illusione di potersi lasciare alle spalle il conflitto ucraino e diventare un altro. Il camouflage del titolo indica esattamente questo movimento, un mimetismo identitario destinato però a incrinarsi quando la Storia presenterà il conto.

Vitaly l’Ucraina l’ha lasciata alla chetichella, nascondendolo alla madre autoritaria Tetyana e confidandosi solo con la sorella complice Eugenia, una musicista elettronica. Monaco, però, non corrisponderà alle sue aspettative. Il lavoro in una mensa universitaria gli garantisce appena una sistemazione precaria, la solitudine si fa sentire. La svolta, per Vitaly e per il film, arriverà con Fiona e una compagnia teatrale studentesca, dentro la quale il ragazzo scoprirà una comunità e una possibilità di reinvenzione.

Ma il 24 febbraio 2022 la guerra russa contro l’Ucraina interromperà brutalmente il processo di assimilazione. La madre e la sorella raggiungono Vitaly come rifugiate; Eugenia porta con sé anche il trauma della scomparsa e poi della morte della compagna Alina, giornalista al fronte. L’appartamento tedesco diventa così il luogo in cui collidono due tempi ormai incompatibili: quello di Vitaly, che ha cominciato a immaginarsi europeo e finalmente libero dalla propria origine, e quello della famiglia, per la quale l’Ucraina non è più una provenienza ma una ferita presente.

Opera prima di Mykyta Gibalenko, in concorso alle Giornate degli Autori, Camouflage ha il merito di scegliere una prospettiva laterale rispetto a molta produzione recente sulla guerra in Ucraina. Il desiderio legittimo ma ambiguo di fuggirla e insieme l’impossibilità: il fronte è distante ma non lontano e non ci metterà molto a farsi vivo. Quando la madre e la sorella raggiungeranno Vitaly come rifugiate (Eugenia portando con sé anche il trauma della scomparsa e poi della morte della compagna Alina), l’appartamento tedesco diventerà lo spazio simbolico di questo conflitto. Uno spazio in cui collidono due tempi ormai incompatibili, quello di Vitaly che ha cominciato a immaginarsi europeo e finalmente libero dalla propria origine; e quello della famiglia, per la quale l’Ucraina non è più solo provenienza ma ferita che sanguina. Il film riesce così a stare realmente a cavallo tra il prima e il durante della guerra, osservandone gli effetti attraverso la progressiva disgregazione di una famiglia.

L’altro spazio di rifrazione è il teatro, vero e proprio laboratorio in cui una nuova identità può essere provata prima ancora che vissuta.

La regia di Gibalenko è pulita, misurata, particolarmente attenta agli spazi e alla posizione dei corpi dentro di essi. Il film dà il meglio proprio quando lascia che siano le distanze fisiche a raccontare quelle emotive: Vitaly che tenta di difendere il piccolo territorio della vita costruita in Germania, Eugenia incapace di riconoscere nel fratello la persona che aveva lasciato partire, la madre che passa dall’essere figura soffocante a inattesa fonte di consolazione. In questi momenti Gibalenko mostra di avere una buona mano.

Il limite principale del film è invece in una sceneggiatura che tende a esplicitare troppo. Il percorso identitario del protagonista avviene secondo passaggi molto leggibili e, con il procedere del racconto, il didascalismo si fa abbastanza evidente.

D’altra parte, Gibalenko è un regista ucraino direttamente coinvolto nella materia che racconta, e Camouflage conserva fino alla fine qualcosa di sinceramente necessario, senza trasformare il dolore in ricatto emotivo né lanciarsi in grandi dichiarazioni sul conflitto. Vuole restare dentro la storia di una famiglia costretta a chiedersi cosa significhi casa.

Il finale torna significativamente al teatro, là dove Vitaly può finalmente formulare davanti agli altri la domanda che il film gli ha posto dall’inizio: a chi e a che cosa appartiene. La risposta non scioglie davvero la contraddizione, e forse è questo l’aspetto più convincente di Camouflage. Perché alcune identità non si scelgono una volta per tutte, e perché ci sono guerre – di nuovo - che rendono impossibile continuare a nascondersi dentro quella che ci eravamo costruiti.