L’Inferno è fatto di ghiaccio, non di fuoco: lo sostiene apertamente Black Phone 2, che dall’inizio è scolpito nella neve. A partire dalla prima sequenza, come teaser a preludio del titolo, che è una telefonata dal passato: la madre di Finney e Gwen, i protagonisti del primo capitolo, sta chiamando proprio i suoi figli direttamente dagli anni Cinquanta, dal campo invernale di Alpin Lake.
E’ la premessa del nuovo film di Scott Derrickson, sequel dell’originale del 2021, che raccoglie i suoi semi ma è anche diverso. La storia di The Grabber (Ethan Hawke), il serial killer soprannaturale che Finn riusciva a sconfiggere con l’aiuto delle altre piccole vittime, intervenute da un’altra dimensione, nella sostanza si replica: anche stavolta ci sono dei bambini già uccisi dal mostro, ma prigionieri in qualche luogo, e proprio da tale condizione di schiavitù l’essere trae la sua forza. Il resto però cambia, nel senso che si evolve e produce una svolta onirica totale e travolgente.

(from left) Finn (Mason Thames) and The Grabber (Ethan Hawke) in Black Phone 2, directed by Scott Derrickson. © 2025 Universal Studios. All Rights Reserved.
(from left) Finn (Mason Thames) and The Grabber (Ethan Hawke) in Black Phone 2, directed by Scott Derrickson. © 2025 Universal Studios. All Rights Reserved.
(from left) Finn (Mason Thames) and The Grabber (Ethan Hawke) in Black Phone 2, directed by Scott Derrickson.

Andiamo con ordine. Black Phone 2 è ambientato nel 1982, pochi anni dopo i fatti del primo, col protagonista Finn (Mason Thames) che viene additato come unico sopravvissuto e bullizzato a scuola. L’alleata è la sorella Gwen (Madeleine McGraw), che ha ereditato i poteri mentali dalla mamma suicida, ovvero fa sogni che sono premonizioni o rivelazioni sulla natura oscura delle cose. E la ragazza è sconvolta da incubi, in cui viene convocata da tre bambini morti in diverse circostanze, di cui uno bruciato, tutti nella loro tomba ghiacciata sul fondo di un lago; essi disegnano alcune lettere sulla superficie del ghiaccio, come una W. Gwen acquista qui centralità assoluta e diviene il personaggio principale, tanto che sarà proprio lei a chiamare alla resa dei conti. Da parte sua, Finney prova a non rispondere ai telefoni guasti che squillano intorno, tenta di ignorare le chiamate impossibili ma ben presto non c’è altro da fare; i due devono recarsi proprio ad Alpin Lake, dove la madre lavorò come istruttrice, e dove è in corso una bufera di neve che chiude il campo e costringe all’isolamento, insieme poche altre figure.

Finora però il Rapace non si è ancora visto. La sua presenza si intuisce, aleggia ma resta fuori fuoco insieme alla maschera del demonio che ricopre orribilmente metà volto. Il regista, come spesso accade, rimesta nella religiosità inchiodando la vicenda in un campo cristiano, teatro della lotta tra Bene e Male, condito da citazioni bibliche e ritagliando all’entità maligna una natura metafisica, una forma possibile del diavolo… E come d’uso per suggerire gli anni Ottanta opera sulla grana dell’immagine, col direttore della fotografia Par M. Ekberg, allestendo sequenze in Super 8 e Super 16 modificato che sfiorano il territorio dell’Analog Horror: quel ventre molle dove la paura germoglia proprio dall’incertezza di ciò che vediamo, dalla sgranatura e dalla mancata messa a fuoco, una “indecidibilità” che finisce per mettere in dubbio lo statuto stesso della realtà.

Ed è qui che si forma la potenza, spesso devastante, di Black Phone 2. Scott Derrickson azzarda una riscrittura di Nightmare nell’oggi, con il Grabber nuovo Freddy Krueger e Gwen come novella Nancy, perché è proprio lo spazio onirico il terreno primario dello scontro; per combattere bisogna entrare nel sogno, come dimostrava in particolare Nightmare 3 – I guerrieri del sogno di Chuck Russel, girato nel 1987 solo cinque anni dopo l’ambientazione di questo film.

(from left) Executive Producer Jason Blumenfeld, Arianna Rivas, Mason Thames, Miguel Mora, Madeleine McGraw and Director Scott Derrickson on the set of Black Phone 2. © 2025 Universal Studios. All Rights Reserved.
(from left) Executive Producer Jason Blumenfeld, Arianna Rivas, Mason Thames, Miguel Mora, Madeleine McGraw and Director Scott Derrickson on the set of Black Phone 2. © 2025 Universal Studios. All Rights Reserved.
(from left) Executive Producer Jason Blumenfeld, Arianna Rivas, Mason Thames, Miguel Mora, Madeleine McGraw and Director Scott Derrickson on the set of Black Phone 2.

Anche Gwen è una dream warrior, dunque, ed è ancora lei a respingere la negazione del dolore attraverso diversivi vani, come il fumo e l’alcool; per elaborare davvero il lutto chiude gli occhi e si lancia nell’altra dimensione, dove trova compagni e alleati. Sono i bimbi morti che intervengono in soccorso, così come il padre e il fratello, ovvero la famiglia, secondo la visione neoclassica dell’horror alla Stephen King per cui la comunità si coalizza e sconfigge il male con le armi dell’amicizia e dell’amore.
L’archetipo di Wes Craven, l’uomo nero dei sogni, resta però il riferimento fondante del secondo Black Phone, la carne immateriale che lo sostanzia. E qui Derrickson è al suo meglio: quando si libera dai legacci della trama, da un paio di esplicitazioni di troppo (contro l’erba, in favore della responsabilità), il regista si tuffa senza rete nel piano onirico. Per almeno un’ora gira un grande horror, che passa dai volti tagliati in due agli sfregi nel sonno che tracimano nel reale; dall’uso delle superfici come gabbie intrappolanti (ghiaccio e vetro) al graduale incedere del Grabber, che culmina nel sogno di sangue con la figlia che vede l’omicidio della madre. Horror libero, astratto: sequenze anti-narrative che si affidano solo alla magia nera dell’inquadratura, come faceva Mario Bava, restituendo il cinema alla sua dimensione primigenia di sogno e incubo.