Babel

Da Iñárritu un atto di dolore potente e visionario. Con Brad Pitt, Cate Blanchett e qualche eccesso di formalismo

27 Ottobre 2006
Babel
Brad Pitt
fra i protagonisti

Secondo la Bibbia gli uomini costruirono una torre per raggiungere il paradiso provocando la collera di Dio, che li divise condannandoli a parlare lingue diverse. Migliaia di anni dopo, il loro destino è ancora votato all’incomprensione. Da questo assunto sono partiti Alejandro González Iñárritu e il fedele sceneggiatore Guillermo Arriago per costruire, dopo Amores perros e 21 grammi, l’ultimo capitolo di una trilogia del dolore. La vicenda ruota intorno alle esistenze di più persone, all’apparenza distanti in realtà legate da avvenimenti tragici che acquisteranno senso nel finale. L’azione si snoda in quattro nazioni, Marocco, Giappone, Stati Uniti e Messico, e mischia lingue e paesaggi. Due fratelli sugli altipiani marocchini giocano con un fucile, quando accidentalmente parte un colpo le vite di una coppia americana in vacanza nel Maghreb, di una tata messicana al lavoro in California e quella di un’adolescente giapponese non saranno più le stesse… Iñárritu come sempre fa a pezzi la cronologia e invita lo spettatore a ricostruire il puzzle, ma qui alza la posta e gioca con la simultaneità delle azioni distribuendole su tre continenti. Non accontentandosi di destrutturare la temporalità, inserisce dunque l’ulteriore elemento destabilizzante della divisione geografica. Una scelta che ammanta il film del fascino della complessità ma anche di un eccesso di cerebralità e di formalismo, che sottrae forza emotiva alla narrazione. Che pure ha momenti alti, soprattutto nella limpidezza degli episodi dei ragazzi maghrebini e della coetanea giapponese, mentre quelli relativi alla babysitter messicana, il cui coprotagonista è la stella nascente Gael Garcia Bernal, e alla coppia americana, interpretata con convinzione da Brad Pitt e Cate Blanchett, soffrono i limiti della costruzione artificiosa. Ciò non toglie che Babel sia la conferma di un autore potente e visionario, giustamente premiato a Cannes con la Palma alla regia, capace di misurarsi in un colpo solo con i pregiudizi razziali, l’assenza di solidarietà umana, le distanze tra culture diverse, l’incapacità degli adulti a confrontarsi con i figli. Viaggio straziante nello spirito di un’umanità sempre più globalizzata e tormentata, Babel vive di un montaggio al limite del virtuosismo e di immagini la cui consistenza cambia a seconda degli episodi. Alla fine del percorso pena o redenzione. Che non sempre puniscono o sollevano come ci si aspetterebbe.

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