Un giorno, forse, per capire l’America di questi primi anni Venti sarà il caso di recuperare (almeno) i film di due autori europei. Uno è After the Hunt di Luca Guadagnino, sulla società del privilegio e sulle ipocrisie dell’Occidente (l’azione, però, si svolgeva nell’autunno del 2019, negli ultimi mesi della prima presidenza Trump e poco prima del Covid). L’altro è Anniversary, pure questo thriller che mette al centro una professoressa progressista, matriarca di una famiglia messa alla prova dalle tensioni politiche (eufemismo). Una grande occasione per il polacco Jan Komasa (anche autore del soggetto, la sceneggiatura è di Lori Rosene-Gambino), regista sempre affascinato dalla provocazione come strumento per incanalarsi nelle crepe della società, dalla menzogna come viatico per la redenzione (Corpus Christi, candidato all’Oscar) alle conseguenze violente dell’alienazione giovanile (The Hater) fino alla manipolazione per sorvegliare e punire (il programmatico e ambiguo Good Boy).

Autore che si è affermato negli anni dell’ascesa al potere dell’estrema destra polacca, Komasa non può non riconoscere analogie e corrispondenze tra il suo Paese e l’America di Trump: il sovranismo in nome di un presunto interesse nazionale e la retorica contro le élite globaliste, il conservatorismo e le restrizioni civili, il controllo delle istituzioni e l’uso politico delle teorie del complotto. Temi che costellano questa tragedia familiare in cui la grande villa dei protagonisti diventa un claustrofobico teatro della crudeltà. Dove misurare la temperatura del presente, usando come strumento il genere più abusato dal cinema (americano) contemporaneo, la distopia, evitando tuttavia i facili artifici fantascientifici.

Anniversary deve il suo titolo alla ricorrenza festeggiata all’inizio del film, le nozze d’argento tra una docente di Georgetown e suo marito ristoratore, e a quella che chiude la storia (niente spoiler). Attorno alla coppia, benestante e liberal, i quattro figli: un’avvocata ambientalista, una stand-up comedian, una virologa e un aspirante scrittore. L’unico maschio, che è anche il più frustrato della covata (gli editori gli rifiutano i romanzi), porta a casa la sua nuova fidanzata. Vecchia conoscenza della professoressa, che non ne ha una buona opinione, giacché l’ex studentessa professa idee totalitariste e crede nel sistema a partito unico. Qualche mese dopo la ragazza vende dieci milioni di copie con il controverso libro-manifesto The Change: The New Social Contract (“Avete venduto il vostro paese per 32 dollari su Amazon!”) e diventa la leader di un movimento che, nell’arco di pochi anni, instaura un sistema totalitario.

Difficile non vederci in filigrana l’ascesa del movimento MAGA e l’assalto a Capitol Hill e, infatti, non sorprende che, appena un anno fa, la distribuzione Lionsgate sia stata accusata di aver insabbiato il film, giudicato troppo incendiario e divisivo. Abbandonato dal marketing e distribuito alla chetichella, Anniversary è stato praticamente ignorato fino al suo approdo in streaming (in Italia è arrivato su Sky e NOW). Oggi, mentre l’onda blu democratica sembra annunciare la fine dell’era trumpiana, un film del genere non può che interrogare il tempo in cui viviamo, portando all’estremo le paure che serpeggiano in un momento storico davvero cruciale per la recrudescenza fascista delle democrazie occidentali.

Come in After the Hunt, sul banco degli imputati c’è un’élite che non ha visto arrivare il cambiamento: un mondo accademico inadeguato di fronte a una realtà complessa e complicata (e l’università, baluardo democratico, come incubatore dei nuovi autocrati); una borghesia forte di un benessere (immobiliari, economici, professionali) percepito come un privilegio da chi rimane ai margini del benessere; una generazione (i cinquanta-sessantenni) che non sa rispondere ai sogni e ai bisogni di figli fragili fino all’instabilità. Komasa fa il grillo parlante ma il focus è soprattutto sulla famiglia non solo come parte per il tutto nazionale ma anche spazio dove misurare l’universale nel particolare, il collettivo nell’individuale, il sistemico nel relazionale.

Il cast è in gran forma (Diane Lane splendida, Kyle Chandler di ammirevole sobrietà ma anche i sempre bravi Dylan O’Brien, Zoey Deutch e Daryl McCormack fino a Phoebe Dynevor, spaventosa nel suo anonimato), ma il Komasa più rozzo emerge nell’apparato metaforico (Gli amanti di René Magritte), nella circolarità (gli anniversari), in certi personaggi tagliati con l’accetta (la “vendetta” dello scrittore fallito), nella superficialità deliberata con cui le angosce private prevalgono o addirittura rivelano l’incubo politico. Eppure Anniversary è così inquietante da funzionare anche – o forse soprattutto – quando risulta irritante, con il suo passo implacabile che accompagna la famiglia verso la sua distruzione definitiva. Ed è ironico che l’istituto più “tradizionale”, la famiglia con tutte le sue contraddizioni, sia quello più bersagliato da un sistema conservatore che vuole riscattare “gli americani traditi” e ricompattarli sotto un’unica bandiera.