Torino, è qui la festa?

"Non un festival contro Roma, ma per il cinema", dice Virzì. Che al debutto alla guida del 31° TFF promette: "Non daremo fregature"
5 Novembre 2013
Torino, è qui la festa?
Paolo Virzì

Il debutto di Virzì alla guida di un Festival, il fiato sul collo di Roma, sezioni nuove di zecca. Al 31° TorinoFilmFest (TFF, 22-30 nov.) non mancano i motivi d’interesse. A partire ovviamente dall’impronta che il neo-direttore avrà saputo dare alla manifestazione: “Ho cercato di non sciuparlo”, si schermisce modesto.
Non era facile raccogliere l’eredità dei Moretti e degli Amelio, ma Paolo Virzì non si è limitato a fare copia e incolla dal passato: “Qualche idea l’ho avuta anche io”, conferma. Vedi le due sezioni nuove di zecca, E intanto in Italia (una cartografia sullo stato dell’arte nel nostro paese, tra documentari inediti, bozze di film in lavorazione, scene in esclusiva, “per capire cosa succede nel bistrattato, eroico cinema italiano”, chiosa il direttore) ed Europop (“Una passeggiata sulle vette del botteghino europeo, per scoprire quel che piace ai nostri vicini”). Una spinta anche per il budget (“Ho rotto parecchio le scatole”), aumentato di 100 mila euro rispetto allo scorso anno (ammonta oggi a 2 milioni e 400 mila euro). Virzì smorza ogni polemica con il vicino scomodo, Roma (il festival capitolino chiude appena 4 giorni prima dell’inizio di Torino, il 18 novembre): “Non sento la concorrenza – dice -. Noi abbiamo fatto il nostro, speriamo che anche loro abbiano fatto il loro. In Italia c’è bisogno di uno sguardo plurale, ben vengano i festival che contribuiscono ad arricchire l’offerta per il pubblico”. E aggiunge: “Non è possibile che film come The Artist e Una separazione, che hanno avuto successo ovunque, da noi siano stati un flop. E’ mancata una politica lungimirante, sono stati chiusi i cinema nei centri storici, le città si sono ridotte a enormi cimiteri della cultura. I nostri governi dovrebbero fare mea culpa“. Torino, ricorda Virzì, “ha mantenuto negli anni un legame forte con il territorio. La gente di qui prende le ferie per vedere i film. E’ un festival che non dà fregature”. Sull’annosa questione del tappeto rosso (ovvero sulla presenza di star internazionali), il direttore chiarisce: “E’ logisticamente impossibile metterne uno nelle tre sale del festival (Cinema Massimo, Multisala Reposi, Multisala Lux), mancano aree pedonali. Ciononostante abbiamo previsto un’accoglienza più calorosa per i nostri ospiti, che arriveranno accompagnati dai numeri del circo Vertigo e dall’esibizione di band musicali”.
Tra gli ospiti più attesi Elliott Gould, tra i grandi attori della new Hollywood (M*A*S*H, Il lungo addio), epoca cui Torino dedica quest’anno e il prossimo una ricca retrospettiva curata da Emanuela Martini. Tra gli stranieri anche Jon Turteltaub, regista del film che aprirà la kermesse, Last Vegas (con De Niro, Douglas, Freeman e Kline), e Greta Gerwig, splendida protagonista di Francis Ha di Noah Baumbach (già visto a Berlino). Entrambi i titoli fanno parte di Festa Mobile, il “mega contenitore dei film che ci sono piaciuti”, come la battezza senza troppi giri di parole la Martini, in cui troviamo anche All is Lost di J. C. Chandor, Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch e Inside Llewyn Davis dei Coen, tutti reduci da Cannes; due vecchi aficionados del festival torinese come Don McKellar (The Grand Seduction) e Bruce McDonald (The Husband); il cupissimo Ugly dell’indiano Anurag Kashyao; l’ultimo film interpretato da James Gandolfini (Enough Said); ben sei italiani: di Fellini restaurato, i doc su Franco Battiato di Giuseppe Pollicelli e Mario Tani (Temporary Road – (Una) vita di Franco Battiato), di Giancarlo Scarchilli sul Riccardo III di Shakespeare (Essere Riccardo…e gli altri), di Peter Marcias su Piera degli Esposti (Tutte le storie di Piera), l’ultimo lavoro di Carlo Mazzacurati (La sedia della felicità, con Valerio Mastandrea e Isabella Ragonese) e il primo di Paolo Mitton (The Repairman).
A proposito di debutti italiani, segnaliamo quello alla regia di Claudio Amendola ne La mossa del pinguino (selezionato per Europop), una commedia che strizza l’occhio a Febbre da cavallo e Full Monty, con Edorado Leo e Ricky Memphis. E’ un esordio italiano anche quello di PIF (Pierfrancesco Diliberto) in concorso, con La mafia uccide solo d’estate, che nulla ha a che vedere con l’omonimo libro scritto da Angelino Alfano. Si tratta invece di una commedia nera, una sorta di “Forrest Gump siciliano”, la definisce Virzì. PIF non è l’unico connazionale in gara, c’è anche l’indefinibile epopea post-comunista di Ferrone e Manzolini, Il treno va a Mosca, che racconta, attraverso il recupero di home movies realizzati da un barbiere, illusioni e speranze di chi ha creduto nel socialismo fino…alla fine. Tradizionale vetrina di nuovi talenti (in passato sono stati scoperti qui autori come Tsai Ming-liang, David Gordon Green e Chen Kaige), la competizione è al momento solo una bella promessa: diversi i film francofoni (tre francesi e un canadese), forte l’attenzione ai temi sociali (storie di marginalità in Blue Ruin di Jeremy Saulnier, nel venezuelano Pelo malo di Mariana Rondon, nello spagnolo La plaga di Neus Ballùs e nel tailandese Sao Karaoke di Visra Vichit Vadakan), energico e a tratti virulento lo sguardo sul mondo al tempo crisi (un titolo su tutti: A Woman and War del giapponese Junichi Inoue). La giuria composta da Guillermo Arriaga (presidente), Stephen Amidon, Aida Begic, Francesca Marciano e Jorge Perugorrìa, decreterà il vincitore del concorso, cui andranno 15.000 euro
Serial killer, futuro distopico e tipi decisamente fuori di testa. E’ il menu di After Hours, altra novità di quest’anno, dove trovano asilo alcune delle produzioni più interessanti dell’horror, della fantascienza, del thriller, del noir, film che un tempo sarebbero stati programmati in sala nella fascia notturna. C’è un po’ di tutto, ma non per tutti: dall’autobiografia folle di Alejandro Jodorowsky (La danza de la realidad) al poliziesco israeliano che ha fatto impazzire Tarantino, Big Bad Wolves.
E’ un vero e proprio festival nel festival TFFdoc, dedicato ai documentari: forte l’attenzione per l’area mediterranea, presenti due capolavori assoluti dell’anno come Le dernier des injustes di Claude Lanzmann e L’image manquante di Rithy Panh, la storia di due ossessioni personali, di due stermini diversi eppure uguali, quello degli ebrei perpetrato dai nazisti e quello dei cambogiani messo in atto dai Khmer rossi. Tra i doc da non perdere Stop the Pounding heart di Minervini e I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito (già Premio Solinas).
Portogallo al centro della sezione più cinefila del festival, Onde, un paese che sta vivendo una forte crisi economica, con tagli consistenti al settore della cultura, e insieme una fertilità creativa senza precedenti. Predominante il tema del viaggio, largo ai giovani (si tratta perlopiù di autori sotto i 35 anni) e onore al cinema di Yu Likwai, protagonista dell’omaggio di Onde 2013, testimone lucido della Cina continentale nel suo passaggio al futuro.
Le grandi serie tv americane – House of Cards di Fincher, Southcliff di Sean Durkin e Top of the Lake di Jane Campion e Gartha Davis – protagoniste di Big Bang TV, dedicata al piccolo schermo.
Torino chiude il 30 novembre con il thriller hitchcockiano Grand Piano, ma il festival non lascia, anzi raddoppia: una selezione dei suoi migliori titoli andranno prima a Roma (dal 2 al 4 dicembre al cinema Sacher, Alcazar e Greenwich) e poi a Milano (dal 9 al 13 dicembre). 

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