Torino a regola d’arte

Le mazzate (indignate) di Moneyball, 17 ragazze incinte (così così), il buon thriller di Balaguero e il capolavoro di Herzog: il TFF parte in quarta!
26 Novembre 2011
Torino a regola d’arte

Forfait (Aki Kaurismaki, si può capirlo) a parte, Torino 29 parte bene, benissimo. Parola di schermo, con l’apertura (fuori concorso) affidata a Moneyball di Bennett Miller. Arriverà nelle nostre sale con Warner e il titolo L’arte di vincere, che sembra valere anche per il festival piemontese: la vera storia di Billy Beane, il general manager degli Oakland A’s, ovvero l’uomo che nel 2002 cambiò (per sempre) le regole del baseball Usa. Non tanto sul campo, quanto sui libri contabili: via specchietti per le allodole, ovvero supposte ma strapagate star, e fiducia incondizionata a statistiche, calcoli e “la scienza di vincere”. Aiutato da un utile nerd (Jonah Hill), il manager ed ex giocatore ha il volto di Brad Pitt, serio candidato – al pari del comprimario – agli Oscar, mentre Miller (Capote) non muove di una virgola il sottogenere sportivo di riferimento, ma aggiunge humour negli spogliatoi e nelle stanze dei bottoni, contempla il formato famiglia e frulla le coordinate dell’American Dream portandoci (quasi) a credere nell’incredibile: Billy rifiutò un assegno da 12 milioni e mezzo di dollari da Boston. Vale a dire, un eroe contro Wall Street e un exemplum tra epos ed ethos da portare in trionfo contro questi tempi di crisi. Sì, perché Billy è un indignato, deciso a cambiar le regole tra mazze e guantoni: ce la farà, al netto delle (non) vittorie.
Pollice alto per lui e Moneyball, a mezz’asta, viceversa, il tricolore francese di 17 Filles (17 ragazze, con Teodora l’anno prossimo in sala), diretto dalle sorelle Delphine e Muriel Coulin, che a Lorient, Bretagna, rintracciano e adattano un’altra storia vera: 17 liceali che decidono di rimanere incinte nello stesso momento, all’insegna della solidarietà, l’empatia, un’altra collettività e, last but not least,  il rifiuto della brutta vita degli adulti. Intenzioni pregevoli, ma l’esito artistico? Buoni, più che buoni i primi tre quarti d’ora, che ribadiscono l’eccellenza del cinema francese nell’intimismo, nella lucidità di tratto e, in breve, nel raccontare il poco: brave le Coulin (in Concorso), ma il film crolla tentando la – difficile – quadratura del cerchio, ovvero la soluzione di una storia iniziata realisticamente e consegnata ai luoghi comuni, alle scelte a effetto (l’incidente) e pure – ahinoi – alla voce over, tanto per non sfatare la maledizione del 17.
Si torna in alta quota, viceversa, puntando sul thriller: Mientras duermes (fuori competizione, l’anno prossimo in sala con Lucky Red) di Jaume Balaguero (REC) è lucida, spietata analisi di un’ossessione (Luis Tosar, mostruoso) misogina e folle contro il sorriso femminile (Marta Etura): in breve, un portiere non custodisce, ma si nasconde nottetempo per abusare di una bella condomina, rea di felicità. There will be blood, e la conferma – all’ennesima potenza – del talento di Balaguero per la suspense, le incursioni horror e il rapporto confidenziale con la paura.
Infine – ne riparleremo – il primo capolavoro: il documentario Into the Abyss di Werner Herzog, ovvero della (pena di) morte, della vita e del Cinema. Vi pare poco?

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