Storia di un infiltrato

Dalla Guerra Fredda all'11 settembre: in The Breach drammi e lavoro sporco di un vero agente dell'FBI
8 Maggio 2007
Storia di un infiltrato

“Sarei tornato nell’FBI dopo l’11 settembre, per me è stato un momento deprimente. Avrei lavorato 24 ore al giorno, come hanno fatto i miei colleghi. In quei giorni e nei mesi a venire mi sono sentito molto depresso, come se tutto quello che avevo fatto non fosse risolto”. E molto aveva fatto Eric O’Neill, che a 26 anni, da infiltrato dell’FBI, smascherò la spia più importante e pericolosa della Guerra Fredda, Robert Hanssen. Ironia della sorte, come rileva Carlo Bonini di Repubblica, esperto di intelligence, “mentre lui e l’Fbi nel febbraio 2001 battevano l’ultimo nemico di una guerra finita, i terroristi di Al Quaeda stavano ultimando i preparativi dell’attentato alle Torri”. Eric è un simpatico giovanotto bello e in salute come la moglie (originaria della Germania Est) che lo segue ovunque. Hanssen lo incastrò lui, diventandone aiutante e amico, lui lo smascherò in due mesi sottocopertura. Noi lo scopriamo in Breach – L’infiltrato (nelle sale dal 18 luglio in almeno 100 copie), di Billy Ray, in cui Eric è Ryan Philippe (e Laura Linney il suo superiore) e il perfido Bob è Chris Cooper. Più ordinario di Donnie Brasco, ripete l’eterno tema di tradimento, doppio gioco, segreti e paranoie. A presentarlo Eric O’Neill, appunto, il vero protagonista della vicenda, di origini italiane. “Mio nonno mi diceva sempre che la vostra lingua è stupenda, peccato non averla imparata”. Giovane allievo, entrato nell’FBI a 21 anni, allora studente di legge, ha lasciato subito dopo quest’esperienza, nonostante lo stessero promuovendo ad agente speciale, il sogno della sua vita. “Avevo 26 anni, tutto il futuro davanti e da decidere come viverlo. Avevo vissuto qualcosa di forte, che mi aveva messo di fronte a tutte le responsabilità e i pericoli a cui rischiavo di andare incontro. Ho una bellissima moglie e non volevo ancora passare tanto tempo lontano da lei. Ho scelto la famiglia e una vita serena”. Ora è un avvocato, sempre a Washington, con un’unica certezza. “Non riuscirei mai a difendere una spia o un terrorista. Lo dico per loro, non sarei capace di assicurargli una difesa adeguata”. Sembra ancora un agente del Bureau questo ragazzo, tanto che messo alle strette su Guantanamo e altre violazioni delle forze di sicurezza e vigilanza statunitensi, cerca di eludere con gentilezza le domande. “Certo, è sbagliato. Ma lo si è fatto per difendere il proprio paese. L’importante è individuare i confini da non superare”. Hanssen ora è in un carcere di massima sicurezza, 23 ore su 24 in isolamento, condannato all’ergastolo. “Era stato condannato a morte, aveva fatto scoprire 50 fonti ed era stato la causa della morte di almeno tre di loro. Ma hanno patteggiato, perché più della punizione era importante la verità, sapere cosa aveva fatto, per turare le falle”. Nel film Hanssen è molto religioso, nella realtà era così come lo stesso Eric. “Difficile dire come conciliasse la sua slealtà con i suoi principi religiosi che propugnava con fierezza, continuamente. Ci credeva davvero. Lui si sentiva un genio incompreso, allo stesso tempo voleva rivalersi su chi lo trascurava e dimostrare quanto c’era bisogno delle sue competenze sfruttando le falle del sistema per il suo doppio gioco”.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy