Roma nell’alto dei Celi

Nell'ambito del festival capitolino FEdS promuove la rassegna "L'uomo di Rio". Dal 23 al 30 ottobre
8 Ottobre 2008
Roma nell’alto dei Celi

Per tutto il mondo è l’Emilio Largo di Agente 007, Thunderball – Operazione tuono; per i nostalgici di Sandokan è l’antagonista James Brooke; per i cinefili più raffinati è il commissario della polizia fascista de La villeggiatura.
Adolfo Celi, così popolare e al tempo stesso così sconosciuto: pochi infatti, pure tra quanti lo associano ad almeno uno dei suoi indimenticabili cattivi (o ad altri film memorabili, da Brancaleone alle crociate ad Amici miei), hanno avuto l’occasione di conoscere i film che quest’attore straordinario ha diretto in Brasile. Per circa quindici anni, dal 1950 ai primi Sessanta, Celi è stato una figura centrale della cultura di quel Paese.
La rassegna L’Uomo di Rio: Adolfo Celi e i ragazzi tornati dal Brasile (23-30 ottobre, in programma nei cinema Caravaggio, CineTeatro33 e Barbarigo), promossa dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con il Festival Internazionale del Film di Roma, ricorda quell’esperienza, per di più situandosi idealmente al crocevia di tre interessi che lo stesso Festival ha scelto di manifestare in questa terza edizione: da un lato il Focus sul Brasile (con la proiezione di Caiçara, 1951, e Tico-Tico no fubà, 1952, i film realizzati da Celi in trasferta, e de L’Alibi, l’opera autobiografica che fa i conti con quell’avventura), dall’altro la mostra-retrospettiva “C’era una volta il ’48”, e la consueta attenzione per il lavoro dell’attore.
Del Celi interprete – oltre al citato L’Alibi – si vedranno infatti Proibito rubare di Luigi Comencini ed Emigrantes di Aldo Fabrizi, entrambi usciti e/o girati nella stagione 1948/49. A far da guida a quest’indagine, il figlio di Adolfo, Leonardo Celi, che nel suo prezioso Adolfo Celi – Un uomo per due culture (titolo inaugurale della rassegna) ripercorre con documentata precisione le pagine della carriera paterna, le più note ma anche le meno lette, contribuendo a far luce su un’intera stagione di cineasti italiani in Brasile. La rassegna vuole ricordarne due che, di lì a qualche anno, avrebbero dato il loro personale contributo al nostro cinema: Fabio Carpi, che nel ’53 scriveva Sinha Moça (Leone di Bronzo a Venezia), e Luciano Salce, autore di Floradas na Serra. Due ragazzi tornati dal Brasile, proprio come Adolfo Celi.

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