Rinnovo capitale

Primo passo verso una nuova identità: "Un Festival generalista sul modello Venezia non avrebbe senso a così breve distanza", dice il neo direttore Müller. E auspica: "A Roma evento che duri tutto l'anno"
8 Novembre 2012
Rinnovo capitale

Quattro mesi e mezzo, non di più. La VII edizione del Festival di Roma (9-17 novembre), la prima sotto la guida del neo direttore Marco Müller, tanto (poco) ha avuto a disposizione per prendere forma: la promessa fatta a suo tempo (“ci saranno 60 anteprime mondiali”) è di fatto mantenuta, anche se in molti hanno storto il naso di fronte all’assenza dei cosiddetti “divi”, assenza che potrebbe compromettere l’aspetto glamour della manifestazione. Le stesse obiezioni, a ben vedere, che qualche mese fa venivano mosse alla (nuova) Mostra di Venezia.
Müller, cambiano le sedi ma le polemiche sono sempre le stesse?
Non a caso mi sembra di rivivere il mio primo anno da direttore a Venezia. E ritorniamo a riflettere su quello che un Festival, secondo me, dovrebbe essere: uno strumento che contribuisce a fissare un profilo ad un film e a garantire una diversa durata alla vita del film stesso, liberando in qualche modo un valore di mercato che altrimenti sarebbe assente. Ai tempi di Locarno, ad esempio, ricordo di essermi battuto con la Fox Europa per avere la prima di un film britannico, The Full Monty dell’esordiente Peter Cattaneo: non credevano che la Piazza Grande potesse essere il miglior luogo dove ospitarlo. Poi però, dopo 20 minuti di proiezione, 9000 persone applaudivano e il giorno dopo la Fox raddoppiò il numero delle copie del film.
Se vogliamo, la stessa cosa si potrebbe dire per The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, passato in concorso qualche anno fa alla Mostra: l’avevamo prenotato a maggio, Cannes non lo selezionò, Toronto esitava: sulla base della sorpresa generata dal film, così particolare, insolito, e poi anche grazie al mercato del festival canadese, da quel momento è iniziato il cammino che l’ha portato alla vittoria degli Oscar. Un Festival, insomma, deve insistere sulla scoperta di nuove opere, portando in superficie anche cineasti non già conclamati.
Ma come la mettiamo con chi, invece, ritiene che un Festival debba essere anche la vetrina internazionale per star e divi di caratura internazionale?
E chi ha detto che mancheranno? Alla fine, i giornalisti seri ed onesti non potranno non constatare quanto anche questo aspetto sarà stato salvaguardato: una cosa è far fare la passerella ad un divo solo per consegnargli un premio, un’altra è lavorare sui film e ospitare le star e i registi di riferimento. Bisogna anche cominciare a ragionare diversamente sul concetto di divismo e chissà poi se uno dei “soliti noti”, penso a Brad Pitt, Al Pacino, Meryl Streep o Sean Penn, non sarà del Festival (proprio Sean Penn sarà a Roma il 17 novembre per l’Evento Charity a favore di Haiti, ndr).
A parte questo, ogni giorno è previsto un gala in prima serata per avere gli attori giusti, per arrivare anche a quei settori di pubblico non già formati, un po’ più lontani dalla conoscenza specifica di film più ricercati o difficili. Punto molto su Populaire, ad esempio, che già abbiamo programmato per la serata di domenica 11 novembre: mi si potrà obiettare che Romain Duris e Bérénice Bejo non siano Catherine Deneuve o Alain Delon, ma sono o no tra gli attori capofila del nuovo divismo francese degli ultimi 15 anni? Ogni sera, insomma, ci saranno tutte le condizioni per un tappeto rosso straordinario: tra gli interpreti dell’opera seconda di Roman Coppola (A Glimpse Inside The Mind of Charles Swan III, ndr) c’è Bill Murray, chi l’ha detto che non verrà all’Auditorium? Stiamo parlando di uno dei più grandi attori del cinema contemporaneo, o sbaglio? Altri spernacchiano la presenza al Festival di Sylvester Stallone, senza capire magari che ospitiamo il film di un grande regista (Bullet to the Head di Walter Hill, premiato con il Maverick Director Award, ndr) interpretato in più da un grande divo. E’ meglio pagare l’ospitalità ad una star che arriva senza film?
Il poco tempo a disposizione non vi ha permesso di apportare sostanziali modifiche da un punto di vista strutturale.
Saranno tutti ragionamenti da fare dopo questa prima edizione: intanto bisognerà fare il punto sulle questioni finanziarie, alle quali soltanto il tasso di successo di questa edizione potrà dare una prima risposta. È naturale che bisognerà lavorare ancora per cercare di trovare la giusta fisionomia, ricordando però che in precedenza questo Festival costava anche 15-16 milioni di euro e ospitava film che rimbalzavano a Roma per la seconda o terza volta dopo esser passati in altre manifestazioni internazionali. Quando a Torino bastavano 3 milioni di euro per avere un’ottima programmazione, insieme a retrospettive corpose e serissime.
E per quanto riguarda il desiderio di trasformare il Festival in un evento “permanente”?
Il primo passo, in tal senso, quello più eclatante, sarà ospitare all’Auditorium Django Unchained di Quentin Tarantino, che magari sceglierà proprio Roma per l’anteprima internazionale del film a ridosso dell’uscita USA prevista a dicembre. Ma non solo: va sempre ricordato che non è il Festival a costare 12 milioni di euro, ma la Fondazione Cinema per Roma, che ha a disposizione questo budget per la rassegna, il mercato e Cinema Network. Proprio per questo, dal punto di vista finanziario, per come la vedo io sarebbe un crimine che la Fondazione non potesse organizzare due-tre appuntamenti al mese di cinema: dovremo ragionare su quale dovrà essere la sede, perché l’Auditorium è fantastico per il Festival ma ogni volta si devono “trasformare” le sale per farle diventare cinematografiche. Avremo bisogno di un luogo riconoscibile, popolare, perché la prosecuzione di un dialogo vuol dire avere un riferimento preciso anche per comprendere, di fatto, come può cambiare la fisionomia di un Festival.
Ovvero?
Che senso ha fare di Roma un Festival generalista sul modello Venezia a poco più di un mese di distanza dalla Mostra? Dobbiamo continuare a lavorare su questi nuovi orizzonti, senza per questo tradire le due più importanti conquiste del macroevento romano: da una parte la concezione di Festa, con le serate di gala che riconciliano con un certo tipo di pubblico capitolino, dall’altra la possibilità di rimanere aperti nei confronti di chi i film li fa e di chi vuole farli circolare. Una piattaforma forte, dunque, anche per nuovi registi: chi può dire quale tipo di gruppo di spettatori potranno raggiungere?

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