Per Ravello sono Tutti contro tutti

Case occupate, affitti in nero, povertà diffusa: l'esordio in regia dell'attore nel solco della nuova commedia sociale. Ma lui: "Sono figlio di Scola"
21 Febbraio 2013
Per Ravello sono Tutti contro tutti

In un paese che galleggia sulle paludi dell’illegalità può accadere anche questo. Che una famiglia si veda scippare la casa da un’altra, lesta a infilarsi nell’abitazione alla prima occasione, Che la famiglia gabbata non possa rivalersi in alcun modo, perché non c’è nessun contratto di locazione e nemmeno un legittimo proprietario a cui appellarsi. Che davanti all’impotenza della legge e al silenzio delle istituzioni, ci si debba impelagare in un’assurda guerra di logoramento nella speranza che gli occupanti si arrendano e la giustizia – o presunta tale – venga ristabilita.
L’esordio alla regia di Rolando Ravello, anche protagonista – Tutti contro tutti, prodotto da Fandango in collaborazione con Warner Bros., che lo distribuirà in 250 sale dal prossimo 28 febbraio – dà spazio a una delle tante vicende di malcostume, abuso e indigenza che riguardano fette sempre più ampie della società italiana. La guerra tra novelli poveri, come la chiama l’autore. Una faida strisciante, pervasiva. Siamo nella periferia di Roma (nello specifico a Vigne Nuove e al Tufello) ma è talmente anonima che potremmo essere in un’altra di una qualunque città perché queste storie, ammonisce Ravello, “avvengono ovunque”. Dentro i confini nazionali almeno.
Ispirata a una storia vera (“quella di un amico”, rivela l’attore e regista), portata in teatro (“Era un monologo interamente recitato da me”) e poi trasformata in sceneggiatura per il cinema dal nuovo King of Comedy italiano, Massimiliano Bruno, Tutti contro tutti prosegue sulla strada tracciata in anni recenti dai vari Nessuno mi può giudicare (sempre di Massimiliano Bruno), e C’è chi dice no (di Giambattista Avellino), quella di una commedia più attenta al sociale (“La favola urbana”), meno frivola e volgare, orgogliosa di rivendicare nobili ascendenze (lo stesso Ravello ricorda di aver lavorato quattro volte con Ettore Scola: “Un padre, che mi ha formato professionalmente ed eticamente”), ma sensibile nondimeno al giudizio del pubblico e al lato pecuniario di tutta la faccenda, tanto da guadagnare importanti coperture produttive e distributive. Il cappello in questo caso lo hanno messo Warner e Fandango (insieme anche per il nuovo film di Giovanni Veronesi, L’ultima ruota del carro), “coraggiose a supportare il progetto”, come si affrettano a sottolineare sia Ravello che Bruno, ma non certo sprovvedute.
Il momentaccio della commedia suggerirebbe prudenza – con l’eccezione de Il principe abusivo di Siani, che sta sbancando al botteghino anche se è un’altro tipo di prodotto – ma il ricambio attoriale (Smutniak e Giallini a parte, non ci sono guest star e soliti noti, ma esordienti e interpreti teatrali come Stefano Altieri), la scaltra miscela di denuncia, comicità e sentimentalismo – non manca l’inno alla nuova Italia multirazziale e le stilettate alla Chiesa – e l’impiego alle musiche di un nome inedito ma alla moda come quello di Mannarino (è la sua prima colonna sonora) potrebbero rivelarsi i punti di forza del film e ridestare l’interesse del pubblico nei confronti di un genere che vorrebbe tornare a graffiare. 

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