Morire di lavoro? Si può

"Con la vita dei lavoratori a rischio anche la democrazia" dice Segre. In anteprima alla Camera il suo doc: e la Rai?
12 Febbraio 2008
Morire di lavoro? Si può

“Un Paese che non rispetta i suoi lavoratori è a rischio democrazia”. E’ duro e preoccupato il regista Daniele Segre, che porta in anteprima nazionale alla Camera dei Deputati il suo documentario Morire di lavoro, dedicato a tutte le persone che hanno perso la vita nei luoghi di lavoro. In Italia c’è un morto ogni sette ore, solo nel 2007 nelle costruzioni ci sono stati oltre 235 infortuni mortali. Una conta dei morti da guerra civile per il presidente della Camera Fausto Bertinotti, che, intervenendo alla presentazione del documentario, dichiara: “Occorre squarciare l’oscurità in cui versano lavoratrici e lavoratori. Mi auguro che la prossima legislatura possa rimettere al centro il lavoro. Quest’anno ricorre il 60° anniversario della Costituzione, che al primo articolo recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E’ un lascito dei padri costituenti che stiamo tragicamente dimenticando”. Un oscuramento che non riguarda solo i lavoratori, ma anche le opere che li ritraggono: “Nutro la speranza di poter vedere questo film in prima serata su RaiUno”, conclude Bertinotti. In Morire di lavoro, un susseguirsi di volti di muratori e delle loro mogli e madri, che li hanno visti uscire di casa la mattina presto, per non ritornare mai più. E parole, che toccano dentro, e fanno male: “Manca il coraggio di parlare in cantiere, di dire basta, questo non lo faccio più”, “Quando arriva un ispettore del lavoro, scappiamo”; mentre un muratore di colore, mai regolarizzato, “parla” da morto: “In Africa diciamo che anche a un elefante basta un giorno per morire, qui in Italia ho capito che l’elefante ero io, e che per morire in cantiere mi bastavano solo due ore”. “Ho scelto di esplorare il mondo dell’edilizia – dice Segre – perché è forse il settore più colpito dagli incidenti: ho così evitato il rischio della dispersione, ma con il cuore e la testa a tutti i lavoratori”. Autoprodotto da Segre con la sua società i Cammelli, il film ha incassato solo il sostegno del Piemonte Doc Found e del Sindacato Costruzioni della CGIL, mentre la Rai ha negato il finanziamento: “La televisione pubblica non fa il suo dovere: non è al servizio del Paese. Modelli di riferimento sono i talk show, chi deve intervenire per rettificare questa situazione?”. “Dico solo – incalza Segre – che non sono un utile idiota, non sono andato su comando alla Thyssen Krupp: questo documentario nasce prima di questa “moda”. Ci sono quattro morti sul lavoro al giorno in Italia, e nessun Paese se lo può permettere: con la vita dei lavoratori è a rischio la democrazia stessa. Ed è un’accusa, la mia, che riguarda tutte le forze politiche in Parlamento, nessuno escluso”. 

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