Mamma Rapace

"Devo assorbire ogni volta il personaggio perché possa scorrere nelle mie vene, non amo fingere", dice l'attrice svedese. In concorso, madre ossessionata per Babycall di Pål Sletaune
31 Ottobre 2011
Mamma Rapace
Noomi Rapace in Babycall

“Non mi piace fingere: ogni volta che interpreto un personaggio devo assorbirlo totalmente perché possa scorrere nelle mie vene. Anche io ho un figlio, so quanto può essere complicata la maternità: a volte perdiamo la nostra strada”. Noomi Rapace smette i panni abituali della “combattente” per interpretare Anna, madre disposta a tutto pur di evitare che l’ex marito ritrovi il figlio dopo un presunto abuso: è Babycall del norvegese Pål Sletaune, oggi in Concorso al Festival di Roma, prossimamente nelle sale italiane distribuito dalla Nomad Film, “storia di una donna che ha dovuto reinventare il proprio mondo per poter sopravvivere”, come l’ha definito lo stesso regista.
Idea nata qualche anno fa (“quando lessi un articolo in cui si parlava di una persona che attraverso le interferenze di un babycall aveva sentito delle violenze su un bambino”, dice Sleutane), il film – a metà strada tra il thriller psicologico e l’horror d’autore – segue il viaggio mentale di una madre chiamata ad affrontare un drammatico trauma, ma, spiega ancora il regista, “è anche un film che tratta dell’amore oltre che della sopravvivenza. L’amore è la cosa più importante e al tempo stesso pericolosa che abbiamo nella vita”. Una donna sola, Anna, costretta ad affrontare un’esistenza di ossessioni e paure: “Anna ama il figlio, lo vuole proteggere ma è estremamente combattuta – dice Noomi Rapace. La sua iperprotettività la porta a privare della libertà il figlio. Per quanto mi riguarda, ho cercato di annullare le distanze tra me e il personaggio, sono diventata lei per un paio di mesi. E il mio corpo se n’è accorto: Anna è una donna molto più fragile di quelle che ho interpretato in passato, per questo ho smesso di allenarmi, ho iniziato ad avere forti dolori alle spalle, alla schiena. Era come se il suo spirito avesse invaso il mio corpo: è stata un’esperienza comunque interessante, perché a me piace viaggiare su questo sottile confine, tra la realtà e l’esistenza dei personaggi che interpreto”.
Scelta dopo il successo della trilogia Millennium anche da grandi produzioni hollywoodiane, Noomi Rapace non riscontra poi grandi differenze tra il cinema europeo e i blockbuster: “Certo, c’è molta più gente intorno mentre lavori, ma sia nel nuovo Sherlock Holmes che in Prometheus di Ridley Scott sono stata lasciata libera di sviluppare i miei personaggi”. Blockbuster sì, mai personaggi leggeri però: “Non chiedetemi di interpretare donne sorridenti, simpatiche, non mi interessa – dice l’attrice -. Amo il cinema perché in quella bolla che si crea, in quella scoperta continua che avviene insieme ai tuoi personaggi, niente è giusto o sbagliato, bianco o nero. Mi piace pormi domande difficili, quando leggo uno script e non riesco a capire realmente tutte le sfumature del personaggio inizia l’ossessione, devo trovare una risposta a tutti i costi”. E a chi le fa notare che il secondo capitolo di Sherlock Holmes, diretto da Guy Ritchie e nelle sale a dicembre, tutto sarà tranne che un film “d’impegno”, Noomi Rapace risponde senza scomporsi: “E’ vero, ma io interpreto il personaggio di una rom, cultura che ho sempre voluto esplorare, conoscere meglio. E mi fa piacere pensare di poter portare alla ribalta quel popolo sempre in fuga, osteggiato da tutti: a volte magari vorrebbero fermarsi da qualche parte, ma non possono, non gli è consentito”.

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