L’ululato Del Toro

"Un omaggio a Lon Chaney Jr. e agli horror della mia infanzia", dice l'attore. Che si trasforma in Wolfman per addentare il botteghino
27 Gennaio 2010
L’ululato Del Toro

Benicio Del Toro – professionista accorto, attore intenso, persino un sex symbol – da ragazzino non era diverso da noi: amava gli horror. “Sono cresciuto con le pellicole di mostri – racconta – Frankenstein, Dracula e La Mummia. Il mio primo ricordo di un attore è Lon Chaney Jr. che interpreta L’Uomo Lupo. Questo film omaggia lui e quel classico”.
Così è nato Wolfman – oggi come allora targato Universal, che lo distribuirà in Italia dal 19 febbraio, in 400 copie – e il parto non é stato dei più facili: cambi in regia (al posto di Mark Romanek che a marzo 2006 aveva iniziato le riprese arriva l’anno dopo Joe Johnston, meno inviso alla star protagonista, Del Toro, qui pure in veste di produttore), nuova stesura dello script (l’ultimo, il definitivo, lo firma Andrew Kevin Walker) rinvii a mai finire. Tre anni dopo il film vede la luce, ma della lunga gestazione Del Toro preferisce non parlare. Unica ammissione: “La sceneggiatura era veramente buona, ricca di spunti, ma doveva passare il vaglio della major. Abbiamo cercato di non complicarla eccessivamente, realizzando un film per tutti”.
La storia: Benicio Del Toro è Lawrence Talbot, un signorotto dell’aristocrazia inglese (siamo alla fine dell’epoca vittoriana, a cavallo tra ‘800 e ‘900), tornato alla dimora avita dopo diversi anni trascorsi in America. A richiamarlo in patria è una lettera della cognata Gwen, che allarmata lo informa della scomparsa del marito tra i boschi di Blackmoor. Quando Lawrence arriva, il fratello è già bello che andato: ritrovato in una radura, dilaniato. Uno shock che riporta alla mente del protagonista l’altro grande trauma della sua vita, la morte della madre suicida. L’unico a mantenere una calma epicurea è il pater familias dei Talbot, l’imperturbabile Anthony Hopkins. “Un attore immenso – lo descrive Del Toro – che va osservato con attenzione. Ha il dono di rendere tutto molto semplice. Io non ci riesco ancora”. Tra i due è gara di bravura sul set e brutale scontro edipico nel film: “La relazione padre-figlio è uno degli aspetti che lo sceneggiatore ha voluto maggiormente approfondire rispetto all’originale”, conferma Del Toro, che ricorre a una metafora colorita per descrivere il loro conflitto: “Siamo due spermatozoi che sgomitano per arrivare primi”.
Tra i due litiganti la terza se la vede brutta. Emily Blunt – già vessata da Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada – deve far fronte a un marito ammazzato, un suocero inquietante e un cognato quantomeno “disturbato”: “Ma non è la classica vittima da film horror – sostiene l’attrice, che accompagna Del Toro a Roma per promuovere il film – perché è coraggiosa, reagisce, cerca di cambiare il proprio destino”. E a proposito di cambi, parecchi ne hanno dovuto effettuare gli attori parlando di abiti, superbamente disegnati dalla nostra Milena Canonero, “una grandissima artista capace di dare una veste all’essenza del film”, è il riconoscimento che le tributa Del Toro. Se si può, ancora più entusiasta del lavoro al make-up eseguito dal maestro Rick Baker (che aveva già trasformato in licantropo David Naughton in Un lupo mannaro americano a Londra), nonostante le interminabili sedute al trucco “Quattro ore per metterlo, due per levarlo”. Ma se il suo uomo lupo è così terrificante il merito è di Baker. Anche qui Del Toro spolvera una metafora: “Immaginate un cane tranquillo, con le mascelle serrate: è a dir poco amorevole. Poi immaginatelo mentre digrigna i denti: fa tutto un altro effetto, ma è lo stesso cane. L’attore che si sottopone al make-up di Baker è il cane che mostra i suoi denti aguzzi”. Cosa sarebbero stati d’altra parte Bela Lugosi, Boris Karloff e lo stesso Lon Chaney Jr. senza il trucco, si chiede l’attore portoricano. Che avanza un paragone tra il suo licantropo e quello interpretato da Chaney Jr.: “L’altro era un dannato senza speranza, una vittima. Il mio cerca di reagire, di controllarsi. La licantropia qui è una malattia”. Dalla quale Del Toro sembra definitivamente guarito: per lui nessun altro lupo mannaro in arrivo, anzi niente di niente: “Scelgo i miei ruoli sulla base di ciò che desidero. E al momento non desidero nulla”.

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