Le mille anime di Fatih

"Avevo voglia di sperimentare: mi annoiano i registi che fanno sempre lo stesso film", dice Akin. Che scatena una "Soul Conference" con la sua commedia
10 Settembre 2009
Le mille anime di Fatih
Il regista Fatih AkinFoto ISFCIKaren Di Paola

Dopo Soul Kitchen, una “soul conference”. Accolti dai giornalisti con una vera e propria ovazione, il regista Fatih Akin e gli interpreti del film (Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu e le coprotagoniste Anna Bederke, Pheline Roggan e Dorka Gryllus) sembrano consapevoli di aver risvegliato il Concorso dopo giorni di film tutt’altro che “leggeri”. Principale artefice del miracolo, un cineasta apprezzato da tempo a livello internazionale (soprattutto grazie a La sposa turca e Ai confini del paradiso) per pellicole di natura drammatica, stavolta sorprende tutti, divertendosi e divertendo con una commedia incentrata su due fratelli di origine greca ad Amburgo (“sentivo di dovere un film a questa città”, dice il regista) e la tribolata gestione del ristorante che dà il titolo al film: “A prima vista potrebbe sembrare una sceneggiatura più semplice rispetto ai miei film precedenti – racconta Akin – ma in realtà è davvero più complicato creare umorismo piuttosto che mettere in scena un dramma. La sfida più grande, poi, è stata tornare alla classica divisione in tre atti che ormai da tempo avevo abbandonato: ho scoperto che è di gran lunga più difficile rispettare le convenzioni che trasgredirle. Ma soprattutto, in seguito alla morte del mio produttore (Andreas Thiel, ndr), che mi chiedeva da anni di realizzare una commedia, ho deciso che avrei dovuto provare: del resto, così come la morte, anche l’umorismo fa parte della vita. Come regista, poi, ho sempre voglia di sperimentare: mi annoio quando vedo alcuni cineasti che fanno sempre lo stesso film.
Quasi anticipando l’aspetto più conviviale di Soul Kitchen, il regista tedesco di origini turche richiama con sé sul set alcuni degli attori che – nel corso della carriera – hanno più volte collaborato con lui, soprattutto Adam Bousdoukos e Moritz Bleibtreu: “Mentre scrivevo il film – dice ancora Akin – mi ispiravo proprio a loro per lo sviluppo dei personaggi, che per certi aspetti si assomigliano, potrebbero davvero essere fratelli!”. Zinos e Illias, proprietario del ristorante e afflitto da una serie di sventure (tra cui un’improvvisa ernia del disco) il primo, scansafatiche e in libertà vigilata il secondo: “Credo sia nella natura di tutti gli esseri umani – dice Bousdoukos – provare a reagire in continuazione alle avversità per provare a rimettere in ordine le cose. Come modello ho mia madre, che per una vita è stata operaia e ha mandato avanti una famiglia con tre figli e adesso, a 70 anni, continua a fare tutte le cose possibili e immaginabili”. “E’ l’uomo più forte che conosco – conferma il regista – al punto che a volte si carica davvero il mondo sulle spalle: è davvero proprietario di un ristorante e quando lo chiamavo per parlare del film, con una mano stava al telefono e con l’altra portava le cose ai tavoli…”. Vincere il Leone d’Oro con una commedia non sarebbe reato (l’ultima fu Monsoon Wedding nel 2001), e Fatih Akin – a margine della conferenza stampa – confida in un ulteriore asso nella manica: “Sono contento che in giuria ci sia un rocker come Luciano Ligabue…”.
Soul Kitchen – nelle sale tedesche dal 25 dicembre – uscirà in Italia distribuito da Bim.

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