La poetica di Philippe Garrel

"Con i buoni sentimenti non si fanno i buoni film",dice il regista francese. In concorso con il figlio Louis e Anna Mouglalis tra amore e tradimenti
5 Settembre 2013
La poetica di Philippe Garrel

“Non si può parlare d’arte con la morale della vita, con i buoni sentimenti non si realizzano buoni film”. Parola del regista francese Philippe Garrel, che porta in Concorso a Venezia70 La jalousie, interpretato dal figlio Louis e Anna Mouglalis. Il primo, Louis, 30enne, attore teatrale, lascia Clothilde, da cui ha avuto una figlia, per Claudia (Mouglalis), un’ex attrice dal brillante avvenire: vivono in una povera mansarda, innamoratissimi, ma la vita ha conseguenze imprevedibili…
“Confondere l’arte con la morale? Beh, è anche una tendenza delle scuole francesi di cinematografia, ma ritengo si tratti di una falsa via. L’arte non si ritrova solo nel campo dei buoni e cattivi, forse qui sono un po’ cattivo nei confronti delle donne, forse, lotto contro la mia misoginia, come tutti gli uomini, e forse qui non sono stato un campione”, dice il regista. E continua: “Comunicare tra uomo e donna è una cosa difficile, e insieme una delle più interessanti di oggi. L’arte è potersi liberare e darsi allo studio della comunicazione fra uomini e donne, anche se forse sarebbe meglio separare: donne con donne, uomini con uomini. Anche Pavese ha parlato di sociologia, si scrive sempre con un marchio ben impresso, la persona è ferita, colpita, quando si vive situazione amorosa. Non c’è obiettività, ma l’impronta dell’emozione”. Interviene la Mouglalis: “Nessuno è colpevole, tutti si feriscono reciprocamente, ma senza farlo apposta, in una storia d’amore”, mentre Luis Garrel scherza: “Chi è che non trova colpa nella donna che ti lascia?”.
Viceversa, Philippe ironizza sulla famiglia: “Per me le famiglie sono quelle Medrano del circo, dove si fanno i numeri col trapezio”, e inquadra “l’energia della libido femminile, che può tormentare altrettanto di quella femminile: ho voluto parlare di questo, è difficile rivelare la parte oscura di una donna, che veniva ignorata dall’uomo fino all’inizio del secolo scorso. Eppure, le donne hanno vite sessuali altrettanto complesse di quelle degli uomini: è qualcosa di ancora nascosto, viceversa, dovrebbe permettere alle coppie di essere più tolleranti”. E Philippe Garrel torna sul set: “Non capivo neanche perché facevo delle cose, mio papà era appena morto, stavo improvvisando il mio film, e mi è piaciuto. L’ho fatto a tutta velocità, captando e mettendo insieme tutte le cose: mi ha affascinato, anche se ero triste per morte mio padre. E’ molto veloce, come i primi di Renoir e Godard, che raccontavano una storia molto semplice: io li ammiro molto, ovviamente, non posso uguagliarli, ma volevo ritrovare il cinema che mi ha aiutato a  vivere”.
E Garrel sfodera l’interrogativo fondamentale per La jalousie: “Questo cinema di poesia può continuare  a esistere industrialmente parlando e uscire in sala? Questa è la domanda, gli artisti danno alla gente la voglia di vivere, e ci devono essere film tali, non una moltitudine di immagini. Invece, oggi si scrivono film dopo i quali si ha voglia di morire…”.
Infine, un pensiero su fedeltà, tradimenti e monogamia: “Qui tutti tradiscono tutti? Forse, allora, farò un film con titolo fedeltà, ma bisogna accettare una società moderna con donne indipendenti, libere e ambiziose sin dall’età della scuola. La monogamia è regola di condotta e pressione, ed è un enorme progresso, ma bisognerebbe sapere che due persone su tre con bambini divorziano, ed è un cortocircuito nella monogamia a vita. Non bisogna pensare che esistano infedeli per natura, viceversa, l’infedeltà fa parte del contemporaneo”.

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