La Mole degli italiani (e non solo)

Dalle non sigarette di Gipi agli albanesi di Anija e alle sale di Paolo Sorrentino, il 30° festival di Torino veste tricolore. Ma come?
25 Novembre 2012
La Mole degli italiani (e non solo)

Torino, si fa sul serio. Ovvero, Concorso. Smettere di fumare fumando è il ritorno del fumettista Gipi (Gian Alfonso Pacinotti, fuori dalle strisce) al cinema, dopo l’opera prima L’ultimo terrestre. “Devo pensare alle cose che mi piacciono” è il mantra del suo diario pubblico, oggetto il passaggio da 40 sigarette al giorno a zero. Per i fumatori – chi scrive lo è – il plauso, e un invidia malcelata, vien da sé, ma per chi si limita a vedere un film l’entusiasmo potrebbe essere decisamente più tiepido: la sostanza è quella di un home-movie mooolto artigianale, la presenza di Gipi sullo schermo tre metri sopra il presenzialismo. Chiamatelo, se vi pare, narcisismo d’artista. A voler essere cattivi, il soggetto è degno di un corto del Dams, e la novità, tutto sommato, questa sconosciuta: vi ricordate Super Size Me di Morgan Spurlock? Ecco, mettete le non sigarette, e l’Oki, al posto degli hamburger, e ci siamo.
Al bando il nazionalismo, le cose vanno meglio con The Liability, noir stralunato diretto da Craig Viveiros, il regista di quel Ghosted già passato in Concorso a Torino nel 2011. Come nel caso di Quartet, l’esordio alla regia di Dustin Hoffman, è un piccolo film con grandi attori: Peter Mullan è il patrigno cattivo e criminale, Tim Roth un killer che non dimentichi, in mezzo il protagonista Jack O’Connell, 22 anni e un futuro radioso. Appunto, studia da criminale, ma si applica poco: un istrione suo malgrado, con furbizia da strada e una Lady Vendetta da colpire al cuore.  The Liability regala battute instant-cult e situazioni deliziosamente nonsense, salvo sfilacciarsi nel finale, con sottotrame risparmiabili e qualche inghippo di sceneggiatura. Ma si salva facilmente, e gli attori meritano assai.
Ritornando agli italiani, a Italiana.doc è passato L’uomo doppio di Cosimo Terlizzi, prodotto da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, che dopo Folder riparte dalla scritta lasciata sul muro da un’amica suicida: “Distruggi il tuo ego”. E’ lo spunto per una auto-riflessione sull’Ego, che si dovrebbe desumere da un diario audiovisivo che passa in rassegna il rapporto con il compagno, il viaggiare abbastanza acefalo per mezza Europa, da Londra a Bruges, gli incontri con amici e conoscenti e multimedialità vana ed eventuale. Ebbene, queste due piste non sono sincronizzate: l’analisi dell’Ego è posticcia. Non solo verbosamente pregna di luoghi comunissimi, ma mal applicata alle immagini del diario. Che c’azzecca l’indagine pseudo filosofica ai frammenti della vita di Terlizzi? Boh.
Decisamente più tradizionali, ma più solidi altri due doc nella stessa sezione: Nadea e Sveta di Maura Delpero e, proiezione speciale, Anija / La nave di Roland Sejko. Nulla di straordinario, sia chiaro, ma le modeste ambizioni, almeno stilisticamente, per entrambi non fanno rima con minimismo d’indagine. La Delpero segue due amiche moldave, tra il lavoro da badanti e donne delle pulizie in Italia e gli affetti lasciati in patria: regia di servizio, ma i problemi – dai soldi e il permesso di soggiorno all’amore, passando per la maternità e la cura dei figli – della loro condizione, comune a così tanti e tante, affiorano con grazia, sottovoce e senza proclami etnografici. E’ già (più di) qualcosa.
Tradizionale, molto tradizionale, nel mix di materiale d’archivio e interviste ad hoc, viceversa, Anija allarga il campo già inquadrato da Daniele Vicari con il recente La nave dolce: la Vlora, che portò 20mila albanesi a Bari il 7 agosto 1991, c’è anche qui, ma Sejko rintraccia anche il prima e il dopo, dal canto del cigno del regime comunista di Enver Hoxha all’odierno stato dell’arte dell’Albania. “Non credo che oggi ci siano ancora albanesi desiderosi di migrare in Italia”, dice nel finale il manager di un call center di Tirana che lavora per aziende italiane. Chi l’avrebbe mai detto? Pochi, pochi davvero, e questo cinema del reale continua a fugare dubbi e abbattere stolide certezze. Pregiudizi, appunto, uccisi al buio in sala.
Parlando di sala, che ne pensa il presidente di giuria del Concorso internazionale, ovvero Paolo Sorrentino? “Le cose belle, i film belli, arrivano davvero in sala. In questo non sono pessimista, ma il grande problema è quello delle sale cittadine che chiudono e danno spazio ai multiplex e così per noi registi è una sfida: fare film intelligenti d’autore che possono salvaguardare l’una e l’altra parte”. Al suo fianco, gli altri giurati della competizione principale del 30° TFF: il musicista Franco Piersanti, il regista Constantin Popescu, l’attrice francese Joana Preiss e il regista e critico cinematografico Karl Baumgartner.

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