Il teorema di Loach

"Idealismo e sete di giustizia portano alla violenza" dice il regista, a Cannes con The Wind that Shakes the Barley
18 Maggio 2006
Il teorema di Loach

Da sempre tra gli habitué della Croisette, Ken Loach mancava dal festival di Cannes dal 2002, anno in cui presentò in concorso Sweet Sixteen, poi premiato per la sceneggiatura. Il regista inglese torna quest’anno in competizione con un film duro e intenso, The Wind that Shakes the Barley, che prende il titolo, come spiega lo stesso Loach, da un poema del XIX secolo. Ambientato nell’Irlanda del 1920, durante la guerra d’indipendenza contro la dominazione inglese, il film racconta la storia di due fratelli, Damine e Teddy, che abbandonano tutto per unirsi a un gruppo di combattenti intenzionato ad arrestare l’avanzata dei “Black and Tans”, un commando inglese partito da Londra per mettere a tacere i rivoluzionari irlandesi. Damien (Cillian Murphy) è un promettente medico che dalla poverissima campagna irlandese sta per andare a lavorare in un importante ospedale di Londra, Teddy (Padraic Delaney) è, invece, tra i leader dei “volontari irlandesi” da cui deriveranno successivamente i terroristi dell’Ira. Testimone di un episodio di violenza da parte delle squadre inglesi mandate in Irlanda dopo la dichiarazione di indipendenza nel 1919, Damien decide di unirsi al fratello. “Quando si persegue un ideale di giustizia, indipendenza e libertà e ci si scontra con una forte opposizione, ci si ritrova inevitabilmente a fare i conti con la violenza” ha detto il regista, arrivato sulla Croisette insieme allo sceneggiatore (e suo collaboratore di lunga data) Paul Laverty e agli interpreti. “Siamo stati bene attenti a non dare un’immagine romantica della violenza” ha precisato Laverty. Inevitabilmente l’opera si inserisce in un più ampio dibattito politico. Loach parla dell’Irlanda ma il riferimento, anche esplicito, è all’Iraq: “Come ho sempre detto si è trattato di una guerra indifendibile perchè illegale, basata su una bugia e realizzata contro il volere dell’Onu. Ma la storia, quella dell’Irlanda indipendentista e quella di oggi, dimostra che la gente resiste sempre alle occupazioni e le violenze sono conseguenze inevitabili, soprattutto quando sono in ballo idealismo e sete di giustizia. Ancora oggi non sappiamo quante centinaia di migliaia di civili, compresi donne e bambini, sono stati uccisi in Iraq. Non c’è stata una sola inchiesta giornalistica approfondita su questo”. Ecco perché il regista ha scelto di raccontare una storia come quella dell’Irlanda degli anni ’20. “Non solo perchè è una vicenda tragica e terribile e fa parte della nostra storia, quella inglese, ma anche perchè i danni dell’imperialismo si ripetono ancora oggi e sono sempre gli stessi: è una strana idea di civilizzazione quella che viene dagli imperi, basta guardare Guantanamo”.

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