Il mio Saint Laurent

"Un film secondo i miei desideri, non quelli di qualcun altro", dichiara Bonello. Che in gara a Cannes porta il biopic "non approvato" sul celebre couturier
17 Maggio 2014
Il mio Saint Laurent
Bertrand Bonello

A soli tre mesi di distanza dal passaggio a Berlino di YSL di Jalil Lespert, un altro biopic dedicato al celebre couturier francese viene presentato a Cannes, in gara, da un habitué della Croisette, Bertrand Bonello. Il suo Saint Laurent è però un progetto radicalmente diverso dall’altro, più infedele, fluido, concentrato su una sola decade della vita dello stilista (1976-1976, con una coda nel 1989), la più burrascosa e cupa: “Il periodo più interessante”, lo giudica il regista di Tiresia e Le pornographe.
Quando il film inizia Saint Laurent (interpretato magnificamente da Gaspard Ulliel) è già famoso, proprietario di un atelier tutto suo nel quale lavorano in tanti, assistenti, sarti, truccatrici, modelle e… lui: il suo braccio destro, l’agente, l’amico, l’amante e l’impresario Pierre Bergé. Grazie a Bergé, Saint Laurent diventa una griffa internazionale (profumi, gioielli, borse, accessori), un marchio capace di muovere tendenze, persone, soldi ed è sempre lui a sponsorizzare il passaggio al pret-a-porter che avrebbe rivoluzionato il mondo della moda.
Eppure a Bergè il film di Bonello non è piaciuto. Non l’ha “approvato”, a differenza di quello di Lespert. Il ritratto che Jeremy Renier gli riserva è autentico, misurato, ma non immacolato né privo di cinismo. E pesa, forse, sul giudizio di Bergé, lo spazio che il film dedica alla relazione tra Saint Laurent e l’equivoco Jacques de Bascher (sullo schermo impersonato da Louis Garrel), l’uomo che più di ogni altro sarebbe stato amato dal couturier e che avrebbe esercitato un potente – e per Bergé negativo – influsso sulla vita dello stilista. Tanto da compromettere l’edificio affettivo ed economico costruito da Bergè negli anni.
Ad ogni modo Bonello non sembra preoccuparsi troppo del parere sfavorevole di chicchessia: “Sono molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto, un film libero, in accordo con i miei desideri e non con quelli di qualcun altro”. Stessa indifferenza per l’altro Saint Laurent del cinema, quello di Laspert, la cui realizzazione era stata annunciata quando il lavoro di Bonello era già in fase di sviluppo. In conferenza stampa taglia corto così: “Non ne parlo, non l’ho visto”.
Quale delle due “versioni” di Saint Laurent sia la migliore è una questione che preferisce demandare alla sala (“E’ il pubblico il mio giudice”). Consapevole forse che la sala, a differenza di quanto accaduto a Berlino, stamattina ha applaudito.

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