Il grande sonno

Lo scorso 12 agosto ci ha lasciati Lauren Bacall: lanciata da Acque del sud, consacrata da The Big Sleep, un ritratto dell'ultima grande diva hollywoodiana
18 Agosto 2014
Il grande sonno
Lauren Bacall

Qualcuna ci mette una vita a non diventarlo, altre fanno centro al primo colpo. Il caso più clamoroso? Quello di Lauren Bacall, diva da subito con Acque del sud (1944) di Howard Hawks, dove debutta ventenne accanto a Humphrey Bogart. Il mistero Bacall esplode sin dalla prima sequenza in cui, appoggiata allo stipite della porta, lo sguardo dal basso, la voce roca e flautata, pronuncia la celebre battuta: “Se mi vuoi non hai che da fare un fischio. Sai fischiare, no?”.
Tutto ero cominciato con l’immagine folgorante della fotomodella apparsa l’anno prima su “Harper’s Bazar”. Il personaggio – costruito sul modello della moglie del regista, dalla piega della bocca all’aria di sfida, dallo sguardo obliquo alla battuta insolente – nasce dall’idea di affiancare al rude Bogart la ragazza maliziosamente aggressiva in grado di tenergli testa. L’incantevole leggerezza del risultato avrebbe richiesto quattro mesi di duro lavoro: il timbro giusto della voce si dice sia stato raggiunto soltanto dopo aver urlato il copione a squarciagola in un tratto deserto di Mulholland Drive. Sul set del film Bogey e Baby si innamorano e si sposano nel maggio dell’anno dopo, dando vita a una delle grandi famiglie di Hollywood. La consacrazione definitiva avviene con Il grande sonno (1946) in cui Hawks ripropone e arricchisce il personaggio della ragazza disinibita attingendo agli atteggiamenti sfrontati di Marlene Dietrich se non alle esplicite allusioni sessuali di Mae West.
La coppia fa scintille anche negli altri due film in cui sono assieme. Quando dopo mezz’ora dall’inizio di La fuga (1947) finalmente si vede il volto di Bogart, con cicatrice sulla bocca e borse sotto gli occhi, lei dice: “E’ inverosimile, ma è bello”.
Nel clima claustrofobico dell’albergo di L’isola di corallo (1949), Lauren, lunga gonna a ruota e camicetta bianca, è bellissima mentre con i suoi sguardi adoranti sprona Bogey all’azione.
Soprannominata “The Look” per lo sguardo magnetico sprigionato dai suoi occhi verdi, l’attrice – nata a New York il 16 settembre 1924 da padre russo e madre polacca, entrambi ebrei, e scomparsa all’età di 90 anni lo scorso 12 agosto – negli anni cinquanta si fa notare in una decina di titoli, da Come sposare un milionario (1953), dove con Marilyn Monroe e Betty Grable dà vita a un terzetto di modelle newyorkesi a caccia di marito, a La donna del destino (1957), in cui è l’elegantissima disegnatrice di moda che sfoggia un intero guardaroba haute couture prima di incastrare Gregory Peck.
Quando nel ’57 muore Bogart, non abbandona il cinema ma s’impegna soprattutto a teatro, affermandosi nel musical (Applause!) e nel dramma (La dolce ala della giovinezza). Negli ultimi decenni sono memorabili le sue apparizioni in Assassinio sull’Orient Express, Misery non deve morire, Prêt-à-Porter, Dogville, coronati nel 2009 dall’Oscar alla carriera.
Ma il ruolo più strepitoso è la vecchia madre di L’amore a due facce (1996) a cui la figlia Barbra Streisand chiede: “Puoi dirmi, mamma, com’era? Puoi dirmi che cosa si prova a essere bella? Entrare in una stanza e sapere che tutti ti guarderanno? E poter guardare te stessa allo specchio con tanto, tanto piacere?”. Scontata ma folgorante, dopo un impercettibile alzare di sopracciglia, la risposta: “Era meraviglioso”.

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