I giorni dell’odio

Anno '71: lo scontro tra irlandesi protestanti e cattolici, esercito britannico e IRA, vive la sua escalation di sangue. Nel bell'esordio di Demange l'anatomia di un conflitto
8 Febbraio 2014
I giorni dell’odio

’71, presentato in concorso alla seconda giornata di Berlinale, del regista Yann Demange è un denso dramma su un giovane soldato impegnato nel conflitto nordirlandese. La sceneggiatura, soprattutto, meriterebbe un riconoscimento.
Il ragazzo soldato lotta per la vita. La camera incollata al volto sporco di sangue del camerata appena ucciso. Il ragazzo è l’appuntato Gary Hook, e più che sconvolto sembra sorpreso di essere finito in mezzo a quella guerra, proprio come lo spettatore. ’71 è l’anno in cui il conflitto tra irlandesi protestanti e cattolici, tra esercito britannico e IRA ha visto la sua escalation di sangue. All’inizio gli inglesi vengono chiamati dalle forze di sicurezza nordirlandesi per aiutare a riportare sotto controllo i disordini locali. I soldati, all’inizio, sono accolti con sollievo, anche dai cattolici. In pochi mesi però e i britannici si lasciano coinvolgere profondamente e male nel conflitto, e perdono la neutralità, insieme alla dignità. Per loro non resta che l’odio. Il 5 febbraio 1971 muore il primo soldato a Belfast. In autunno Belfast è un campo di battaglia e teatro di una carneficina senza fine.
Demange e la sua troupe hanno avuto bisogno di quattro giorni di riprese per ricreare con centinaia di comparse l’escalation, la rabbia della gente, l’impotenza, l’odio, i tentativi di alcuni di impedire il peggio. Il cameramen si è messo in mezzo a quella folla e ha ripreso i volti deformati con la camera che vacilla. Vediamo gli eventi con gli occhi di Gary Hook (il bravissimo Jack O’Connell). Gli eventi precipitano, il giovane Hook è in pericolo, il resto è la sua fuga in cerca della strada per tornare in caserma.
’71 è il primo lungometraggio per il cinema di Demange che finora ha girato video musicali, pubblicità e serie TV, molte delle quali premiate. Evidentemente un’ottima scuola. La sua camera non lascia mai gli attori. Fuggiamo con Hook, soffriamo con lui, siamo terrorizzati come lui. Anche senza la solida cornice storica 71 resterebbe un ottimo thriller d’azione. Il merito della sceneggiatura di Gregory Burke è di riuscire a isolare i personaggi e le linee narrative. Si seguono i punti di vista, si capiscono. La paura, la radicalità, la violenza acquistano profondità. Demange stringe l’obiettivo sui meccanismi della violenza. E lo fa da maestro. Con un debutto. Non da tutti.
“La constatazione più dolorosa è che è cambiato ben poco – commenta il regista -. Nel ’71 oppure oggi, in Irlanda o in Medio Oriente, i giovani continuano ad essere traditi“.

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