Hitchcock risponde

Intervista impossibile al maestro del brivido. A 25 anni dalla morte, sulle donne, il cinema e la bomba atomica
28 Aprile 2005
Hitchcock risponde

Alfred Hitchcock rompe il silenzio. È socievole, acuto, molto autoironico. E soprattutto contento di poter finalmente scambiare due chiacchiere. L’ultima volta risale al 29 aprile del 1980, il giorno della sua morte. “Un piccolo incidente”, minimizza oggi con noncuranza. Appare un po’ smarrito, però. Si guarda intorno e sembra non ritrovarcisi. Proviamo ad aiutarlo, ricostruendo tutto dal principio.

Signor Hitchcock, lei è passato alla storia come il “maestro del brivido”. Da cosa è nata questa sua inclinazione?
Da piccolo osservavo e guardavo molto. Sono sempre stato così e continuo ad esserlo ancora oggi. Ero anche molto solitario e tutt’altro che espansivo. Non ricordo di aver mai avuto un compagno di giochi. Da piccolo sono stato in collegio, al Saint Ignatius di Londra, che era tenuto dai Gesuiti. Probabilmente è durante quel periodo che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. I gesuiti adoperavano la sferza e non la somministravano a caso. Ti dicevano di passare da un prete alla fine della giornata. Questo prete scriveva in modo solenne il tuo nome su un registro insieme alle punizioni che dovevi subire e, per tutta la giornata, vivevi in questa attesa.

La psicanalisi, a lei tanto cara, imputerebbe forse a questo la sua ossessione per la suspense. Vuole chiarire una volta per tutte la differenza che la separa dalla sorpresa?
Noi stiamo parlando, forse c’è una bomba sotto questo tavolo, ma la conversazione è molto normale, finché e a un tratto: boom, l’esplosione. Il pubblico è sorpreso, ma prima gli è stata mostrata una scena assolutamente normale, priva di interesse. Nel caso della suspense, invece, gli spettatori sono al corrente della bomba. La stessa conversazione diventa a un tratto molto interessante, perché il pubblico possiede un’informazione che i personaggi non hanno e gli verrebbe da metterli in guardia. Nel primo caso gli abbiamo offerto quindici secondi di sorpresa al momento dell’esplosione. Nel secondo quindici minuti di suspense. Innanzitutto si deve quindi creare l’emozione. Il passo successivo consiste nel prolungarla.

Lo stesso meccanismo sembra guidarla anche nella scelta dei personaggi femminili. Grace Kelly, Kim Novak, Ingrid Bergman: le donne dei suoi film tradiscono una preferenza per le fisionomie nordiche, sofisticate. E’ così?
Sì, credo che le donne inglesi, le svedesi, le tedesche del nord e le scandinave siano le più interessanti. Se il sesso è troppo evidente non c’è più suspense. La povera Marylin Monroe ce l’aveva stampato in faccia, come Brigitte Bardot.

E’ ancora in libreria Il cinema secondo Hitchcock, la bellissima intervista fiume che ha rilasciato a Truffaut nel 1962. Ne emerge una grande severità nei suoi stessi confronti. Qual è il più grande “peccato” che si rimprovera?
Alla fine degli anni ’40 Ingrid Bergman era la più grande diva d’America. Tutti i maggiori produttori erano in concorrenza spietata per lei e io ho commesso l’errore di volerla a tutti i costi per Il peccato di Lady Considine. Significava una vittoria nei riguardi dell’industria, una piuma al mio cappello. Il film era prodotto dalla mia compagna, ed eccomi, Hitchcock, l’ex regista inglese, di ritorno a Londra con la più grande star del momento. E tutte le macchine da presa puntate su Ingrid Bergman e su di me, mentre scendiamo dall’aereo. Il mio comportamento in questa faccenda è stato assolutamente infantile e idiota.

Soprattutto all’inizio, uno dei rimproveri che più frequentemente le venivano mossi era la scarsa attendibilità delle sue storie. Adesso che può farlo senza peli sulla lingua, come risponde?
Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona priva di immaginazione. Chiedere a uno che racconta delle storie di tenere conto della verosimiglianza è tanto ridicolo, quanto chiedere a un pittore figurativo di rappresentare le cose con esattezza. Se si vuole analizzare e costruire tutto in termini di plausibilità, nessuna sceneggiatura che si basi sulla finzione resisterebbe. C’è però una grande differenza tra la creazione di un documentario e quella di un film. Nel primo caso è Dio il regista, quello che ha creato il materiale di base. Nel secondo il regista è un dio, spetta a lui creare la vita.

Martin Scorsese l’ha raggiunta di recente in testa alla classifica dei più beffati di Hollywood. Entrambi cinque volte candidati, non avete mai vinto un Oscar per la regia. Ben undici ne sono andati lo scorso anno al capitolo conclusivo del Signore degli Anelli: una saga di proporzioni epiche, in gran parte realizzata al computer. Il cinema non può più fare a meno della tecnologia e degli effetti speciali?
La forma più pura del cinema sono i film muti. La sola cosa che mancava loro erano evidentemente i rumori e il suono che esce dalla bocca delle persone. Ma questa imperfezione non giustifica i grandi cambiamenti che il sonoro ha portato con sé. Con il suo avvento ci si è bruscamente irrigiditi in una forma teatrale. Nella maggior parte dei film c’è poco cinema e molta di quella che chiamo “fotografia di gente che parla”. Quando si racconta una storia al cinema non si dovrebbe ricorrere al dialogo, se non quando è impossibile fare altrimenti. Non deve essere altro che un rumore in mezzo agli altri, l’ultima spiaggia a cui approdare quando le immagini non bastano.

La realizzazione di Notorius è legata a un aneddoto curioso. Pare che qualcuno l’avesse addirittura sospettata di stare progettando una bomba atomica. Come è andata esattamente?
All’inizio il produttore mi aveva dato una storia decisamente scadente, un racconto apparso sul Saturday Evening Post. Alla fine abbiamo deciso di conservarne soltanto la trama di una ragazza che deve andare a letto con una spia per ottenere delle informazioni. Era il 1944, un anno prima di Hiroshima, e quando ho suggerito che si trattasse di uranio per una bomba atomica, il produttore ha sgranato gli occhi e ci ha scaricato in blocco: Cary Grant, Ingrid Bergman e io. Riteneva la mia ipotesi fantascientifica. La stessa reazione che aveva avuto uno scienziato del Massachussets Institute of Technology a cui mi ero rivolto per delle informazioni. Anche lui mi aveva dato del matto e aveva giurato sull’impossibilità di costruire una bomba all’idrogeno. Fatto sta, che per i tre mesi successivi sono stato sorvegliato dall’FBI.

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