Guardami, ti sento

Oggi e domani in sala Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme: una bellissima jam session visivo-sonora
18 Novembre 2013
Guardami, ti sento

Se Jonathan Demme dice che Salvamm ‘o munno è la canzone che gli ha cambiato la vita va preso sul serio. Chi potrebbe mettere in dubbio l’onestà di questo filmaker, che ha rinunciato alla comoda rendita che Hollywood poteva garantirgli (soprattutto dopo il successo del Silenzio degli innocenti e Philadelphia?) per mettere la propria professionalità al servizio di un bene senza mercato: l’arte? Gli ultimi anni di Demme sono doc. Documentari. Di Origine Controllata. Il suo nome un marchio, il suo marchio garanzia di qualità. Il lavoro fatto con Enzo Avitabile Music Life (“Il titolo perfetto per restituire il senso di una vita risolta tutta nella musica”, ha dichiarato il regista) lo conferma.
Il film, che oggi e domani sarà nelle sale con Microcinema dopo il fuori concorso a Venezia di due anni fa, cattura pienamente “la magia” del poliedrico e geniale artista napoletano, senza ridursi a raccontarne la bio. Buona parte del doc è anzi la ripresa di una jam session in cui Avitabile duetta con artisti provenienti da tutto il mondo, da Eliades Ochoa a Naseer Shamma, da Gerardo Núñez a Ashraf Sharif Khan, senza dimenticare Poonchwala, Trilok Gurtu, Luigi Lai, Zi’ Giannino Del Sorbo, Amal Murkus, Djivan Gasparyan Trio, Hossein Alizadeh, Daby Touré e Bruno Canino.
Demme lavora sugli scarti minimi: un secondo di più su un volto, la geometria dei piani, le impercettibili variazioni di luce e colore. La sua presenza nella “realtà degli altri” è discreta. Qui si vede di riflesso in uno specchio, due volte. E’ un autore che non si sovrappone al soggetto di cui parla. La sua regia non è per questo meno personale.
Pensiamoci: i soggetti di Demme – dal Jean Dominique di The Agronomist all’Avitabile di quest’ultimo lavoro – sono come pezzi di un mosaico solo. Il reporter, il campione dei diritti civili, l’artista che ha consacrato all’opera tutto se stesso, ha ognuno qualcosa dell’altro e tutti in qualche modo possono essere visti come i tanti, diversi e possibili autoritratti del loro pittore.
C’è molto Demme in Avitabile, pure se Avitabile resta distinto da Demme. Non è nel privato che va rintracciata questa sintonia (Demme gli concede del resto poco spazio: una brave presentazione dei figli e degli amici, il fermo-immagine sulla foto della moglie “passata a miglior vita”) ma nella modestia con cui questo musicista vive e mette a frutto la propria genialità. Sono gli occhi di Avitabile che si accendono davanti a uno spartito, il tempo sospeso, sacrale, della performance, questa fede senza Dio nella creazione umana capace di trascendere i limiti dell’esistenza (e di ogni etichetta: cos’è Avitabile del resto: un cantante, un sassofonista, un tastierista, un trombettista? E di che genere è la sua musica? Folk, blues, jazz, pop?).
Ritmi, suoni, parole. Qualcosa di sublime emerge misteriosamente dalla composizione, dalla fusione di materiali diversi. Se c’è una qualità che coglie pienamente il senso dell’operazione – e il significato dell’opera di Avitabile – è polifonia. E’ l’armonia tra parti diverse. Il napoletano, il sardo, l’iracheno, l’indiano. Suonano tutti lo stesso spartito. Lavorano per la stessa musica. E quegli strumenti spuri, bizzarri, dimenticati, con il loro mondo carico di storie e tradizioni conservate tra le pieghe del suono aiutano a ricordare che davvero non ci sono Figli di nessuno, come canta Avitabile, ma pezzi unici. Uno accanto all’altro, senza gerarchie. Enzo Avitabile Music Life, appunto. Non necessariamente in questo ordine. Ma rigorosamente così, senza nulla aggiungere o togliere.

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